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LE NOTIZIE CHE GLI ALTRI NON SCRIVONO
Max Parisi

I piedi di piombo di Alfano nel fango di Roma: un ministro di centrodestra difende l'indifendibile Pd colluso.

giovedì 4 dicembre 2014

Giovanni Falcone non credeva esistesse il "terzo livello", superiore alla mafia. Le organizzazioni criminali non prendono ordini da nessuno e al contrario. Gli ordini li danno.

Questa inchiesta romana lo dimostra. Massimo Carminati si crede il Re di Roma e detta le regole: o si lavora con le mie coooperative, o si finisce male. A sistemare i conti ci avrebbe pensato il clan dei Casamonica e altri gangster delle periferie del Tuscolano, di Acilia, del Pigneto. Carminati era davvero il Re e poteva permettersi tutto. Compreso organizzare una cena in centro alla quale invitare la Roma capitolina che conta. Compresi futuri ministri del governo Renzi.

Personaggi al di sotto di ogni sospetto, perchè le foto parlano per loro e dicono la verità. Poletti quando viene immortalato alla cena con Alemanno e altri futuri arrestati sta seduto dando le spalle a un tizio che indossa la maglietta azzurra della nazionale e si porta in giro una faccia da avanzo di galera. E' un'eminenza anche lui, trattandosi del capo del clan di zingari dei Casamonica, specialisti in spaccio di droga, traffico di armi, riciclaggio, nei tempi andati anche sequestri di persona e omicidi.

Ma Poletti non sa, non vede, non capisce. Giovanni Falcone definiva questo ambiente omertoso, opaco "la zona grigia". Anche il sindaco Marino non sa, non vede, non sente, non sente la puzza di fogna emanata dai soldi - tanti - arrivati al suo comitato elettorale - per diventare appunto sindaco -  dalle cooperative controllate da Massimo Carminati e affidate in gestione a suoi prestanome. 

Eh, lo so. Non ci sono novità, è una storia già scritta, vero? A Milano si chiamò Mani Pulite. Solo che, a differenza di quanto accadde nella Tangentopoli meneghina dei primi anni Novanta, qua, a Roma, membri effettivi dei clan del crimine organizzato si sono spinti fino a sedersi a ben altre cene a tu per tu col capo del governo.

All'ultima per il finanziamento del Pd - avvenuta a Roma - e con Matteo Renzi in persona a capotavola, c'era - avendo pagato mille euro (almeno) - anche il braccio destro del boss Massimo Carminati.

Quindi, tecnicamente la cosca del gangster Carminati ha finanziato la segreteria del Pd. Eh, ma questi dettagli sono rimasti nella penna di chi sta scrivendo del verminaio romano sulla grande stampa.

Poi.

Un - solo e non più ripreso - articolo sull'inchista in corso ha messo in luce il fatto che uno dei personaggi coinvolti è niente di meno che Ernesto Diotallevi. Il quale, intercettato proprio seguendo la pista dei clan che si sono "comprati Roma" parlando con suo figlio cita Riina. lui stesso, e un misterioso personaggio di Cosa nostra a cui Carminati, quando lo incontra, "lecca i piedi". 

Quindi, Cosa nostra entra a pieno titolo nell'inchiesta "mafia capitale" della Procura capitolina. E ci entra dalla porta principale con il "capo dei capi" e i suoi luogotenenti, primo dei quali scoperto questo Diotallevi, già gangster della famigerata banda della Magliana e coinvolto perfino nella sparizione di Emanuela Orlandi.

Basta, così?

A me sì. E sono convinto sarebbe bastato anche a Giovanni Falcone per pretendere lo scioglimento della giunta comunale di Roma per infiltrazioni mafiose.

Però non sembra bastare al ministro dell'Interno Alfano, che ha detto di volerci andare "con i piedi di piombo"  prima di decidere eventualmente di commissariare la capitale.

Piedi di piombo, ma immersi nel fango di un Pd colluso.

max parisi

 

 

 

 



 
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