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Max Parisi

PER PROVARE A USCIRE DALLA CRISI, VA ABBATTUTA LA BUROCRAZIA (SIGNIFICA QUALCHE MILIONE DI IMPIEGATI PUBBLICI IN MENO)

martedì 18 giugno 2013

Milano - Negli ultimi 600 giorni, 530 dei quali governati da Monti, il numero delle imprese è calato dell’uno per cento, il Pil è diminuito del 3,4 per cento, il credito al sistema produttivo ha subito una flessione di 65 miliardi, il debito pubblico è aumentato di 122 miliardi, la pressione fiscale è cresciuta dell’ 1,8 per cento, la disoccupazione giovanile si è ingigantita dell’ 8,5 per cento. Il numero delle persone senza lavoro è lievitato di 728 mila unità. La pressione fiscale sulle imprese risulta ben più elevata di quella per le famiglie: è arrivata al 68,3 per cento. Misura che vale il primato europeo e la quindicesima piazza mondiale. In Francia, dove pure non scherzano, il total tax rate sulle imprese è del 65,7 per cento. Ma in Germania scende al 46,8 per cento, per calare ancora in Spagna al 38,7 e planare nel Regno Unito al 35,5 per cento. 

Da quando è cominciata la precedente legislatura, nella primavera del 2008, sono state varate qualcosa come 288 norme fiscali che hanno avuto come conseguenza quella di complicare la vita alle imprese. E’ un numero pari al 58,7 per cento di tutte le disposizioni di natura tributaria (491) introdotte attraverso 29 differenti provvedimenti. Oltre quattro volte superiore a quello delle 67 «semplificazioni» fatte nello stesso periodo: ogni norma approvata per snellire la burocrazia ne ha quindi portate con sé 4,3 capaci di riversare altra sabbia negli ingranaggi. Il costo della burocrazia per le imprese ammonta a “61 miliardi di euro: se riuscissimo a ridurlo del 25% avremo un aumento del pil dell’1,7%”.

Questi sono i fatti.

Adesso, passiamo alle considerazioni:

1. La morte di un parente, di un amico o di un conoscente è un evento drammatico vissuto con grande intensità. L’annuncio che cinquemila persone sono perite in un qualche catastrofico evento naturale é invece percepito come un dato statistico: asettico, da sommarsi ai precedenti, senza alcuna partecipazione affettiva. Similmente, la chiusura della ditta ove si lavora e la relativa lettera di licenziamento é un terribile dramma personale e famigliare. Leggere che il numero delle persone senza lavoro è salito di 728mila unità é percepito come in dato statistico: in modo freddo e distaccato, specie da parte di chi abbia un posto fisso ed inamovibile.

2. Si fa un gran parlare di sviluppo e di necessità di privilegiare il problema del lavoro. Posizione corretta e giusta. Tuttavia occorrerebbe ricordarsi che i posti di lavoro sono generati da aziende che abbiano bilanci in arrivo, ossia guadagnino. Ma il guadagno è eguale alla somme delle entrate meno la somme delle uscite. Certamente la qualità del management é fondamentale, ma nessuno può difendersi da spese fisse destruenti.

3. Con una pressione fiscale che raggiunge il 68.3% é impossibile competere con le aziende tedesche (46.8%), spagnole (38.7%) oppure inglesi (38.7%). É un gap incolmabile.

4. A ciò si aggiunga la complicatezza di una burocrazia spietata peggio degli aguzzini sulle galere, il cui costo ammonterebbe a 61 miliardi. Denari spesi inutilmente: con la burocrazia italiana il facile é reso difficile attraverso l’inutile.

5. Non da ultimo, la prolificità del Parlamento italiano é terrificante: 288 nuovi provvedimenti in cinque anni: circa uno alla settimana. In pratica, ogni azienda deve sobbarcarsi i costi di adeguarsi alle nuove norme ogni settimana che la Provvidenza manda. É la pacchia per la Guardia di Finanza: si esige che siano applicate norme inapplicabili.

 

E ora, le conclusioni:

Di questi tempi tutte le forze politiche si stanno interrogando su cosa possa e debba fare lo stato. É evidente che il problema è proprio l’opposto. Il problema consiste nel capire che lo stato non deve fare. Deve solo ritirarsi, ed a gambe levate, prima che tutte le aziende muoiano. Deve abbattere in modo radicale le dimensioni e i costi della burocrazia in Italia.

Fonte: Rischio Calcolato


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