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Max Parisi

OLIO EXTRAVERGINE TOSCANO? LIGURE? DEL GARDA? SOLO IL 3% MENTRE IL RESTO E' IMBOTTIGLIATO IN QUELLE AREE REGIONALI...

mercoledì 29 maggio 2013

Milano - L’Olio extra vergine di oliva toscano è tra i più apprezzati in Italia e nel mondo, insieme all’olio ligure, umbro e quello delle colline del Garda. Ma come essere sicuri della provenienza delle bottiglie vendute in negozio o al supermercato? Secondo i dati forniti dall’Agea e relativi ai registri di carico e scarico dell’olio del Sian, l’Italia conta tra produttori e confezionatori, 6373 operatori di cui 5716 frantoi e 657 aziende che imbottigliano. Analizzando meglio i numeri si riscontra una storia dell’extra vergine diversa da quella scritta sulle etichette.

Basta leggere anche velocemente le tabelle principali del rapporto per rendersi conto che «Il 90% dell’olio di produzione italiana (400 mila tonnellate nei primi nove mesi dell’anno) viene dalle regioni del sud, soprattutto Puglia, Calabria, Sicilia e Campania che raggiungono da sole il 70% – sintetizza Alberto Grimelli, agronomo e tecnico olivicolo-oleario-. Mentre Lombardia, Liguria, Toscana e Umbria insieme arrivano al 6,5% della produzione. Se però si considerano le percentuali relative alla vendita di olio confezionato i valori si invertono. La Toscana produce il 5% dell’olio italiano ma ne imbottiglia il 36%, l’Umbria arriva all’1% ma ne imbottiglia quasi il 20, mentre la Puglia al contrario ne produce il 50% e ne imbottiglia solo il 10%. Il paradosso si raggiunge in Lombardia dove la produzione ha dei valori ridicoli mentre l’imbottigliamento arriva al 10%.

L’altra realtà poco conosciuta è che la nostra produzione nazionale è affiancata da una quota simile di extra vergine importato in buona parte da Spagna e Grecia con una quota da altri Paesi come Tunisia, Portogallo e Cile. Se consideriamo la totalità dell’extra vergine lavorato nella penisola gli oli Toscano, Umbro, Ligure e Lombardo rappresentano il 2-3% del prodotto imbottigliato (la metà del quale viene esportato).

Ma se la situazione è questa c’è da fidarsi delle bottiglie che sottolineano l’utilizzo di olive italiane o provenienti da regioni come la Toscana, la Liguria…? «Bisogna distinguere tra l’imbottigliamento e la provenienza dell’olio – spiega Grimelli. Se si guardano le tabelle relative alla commercializzazione si scopre che la Toscana è  al primo posto, perché ospita la maggior parte delle industrie di imbottigliamento. Si tratta di imprese che acquistano olio in diverse regioni italiane, lo miscelano e poi lo vendono confezionato. In questo caso non si tratta di olio “toscano”, ma di extra vergine imbottigliato in Toscana.

Per capire cosa stiamo comprando ci sono le definizioni in etichetta da leggere con attenzione. Quando si trova la dicitura “prodotto e imbottigliato da…” vuol dire che almeno il 50% dell’olio è effettivamente ottenuto dagli ulivi dell’azienda. Se però sull’etichetta comprare la scritta “imbottigliato” oppure “confezionato” la materia prima  può provenire dalle diverse Regioni. Bisogna prestare attenzione alle formule ambigue: se si legge “prodotto imbottigliato da” l’assenza della “e”, indica che l’olio è stato solo imbottigliato da quell’azienda.

D’altra parte l’extra vergine cambia ogni anno in relazione all’andamento climatico e ad altri fattori collegati al terreno. Nonostante ciò l’olio ha sempre le stesse caratteristiche sensoriali perché le aziende miscelano le varie partite. «Le imprese imbottigliatrici – spiega Grimelli – ogni anno comprano oli con un profilo aromatico simile, e li miscelano in modo da ottenere un prodotto dalle caratteristiche uniformi, riconoscibile dal consumatore. Per questo motivo le grandi industrie dispongono all’interno di gruppi di assaggio in grado di stabilire le miscele e creare un olio stabile dal punto di vista organolettico e chimico».

Una legge Europea impone dal 2002 di indicare la provenienza nazionale dell’olio, quindi la frase “olio italiano” indica la provenienza italiana delle materie prime. In caso contrario sull’etichetta compare la frase “miscela di oli italiani e comunitari” oppure “comunitari ed extracomunitari” se la materia prima arriva da Paesi come Tunisia o Cile. «Si tratta di un’informazione importante – nota Grimelli – perché la quantità di materia prima importata, soprattutto da Spagna e Grecia ma anche da Paesi extraeuropei come la Tunisia è più o meno equivalente alla produzione nazionale. Quest’olio si usa sia per le bottiglie vendute nei nostri supermercati, sia per quelle destinate all’esportazione, visto che la presenza di un marchio italiano sull’etichetta è sempre un elemento che fa vendere». È vero che le diciture sono stampate con caratteri tipografici minuscoli sul retro della bottiglia, ma ancora per poco. Dal 1 gennaio 2014 queste frasi dovranno avere un carattere di almeno 3 millimetri.

L’unica soluzione per essere certi della provenienza è comprare olio DOP (Denominazione di Origine Protetta) e, per quanto riguarda l’olio toscano anche IGP (Indicazione Geografica Protetta). L’olio di provenienza nazionale in genere è un prodotto valido, anche se meno tipico e meno caratterizzato dal punto di vista gustativo rispetto agli oli regionali. «In genere – continua Grimelli – quelli più economici sono di bassa qualità e vanno consumati in fretta perché hanno una “ vita” piuttosto breve».

E per quanto riguarda gli oli regionali? Bisognerebbe scegliere in base all’uso: un pesce arrosto richiede un olio più delicato rispetto a quello di una zuppa o di una bruschetta. Ma soprattutto al gusto personale. «Purtroppo – conclude Grimelli- manca una vera cultura dell’olio tanto che alcune caratteristiche come il piccante o l’amaro sono interpretate come difetti e non come indice di un prodotto di qualità fresco e quindi ancora ricco di polifenoli, importanti dal punto di vista nutrizionale». C’è un ultimo aspetto da sottolineare, gli oli più profumati permettono di risparmiare sulla quantità di condimento da aggiungere al piatto per insaporirlo, a tutto vantaggio della dieta e del portafoglio.

Articolo scritto da Paola Emilia Cicerone e Roberto La Pira per Il fatto alimentare.

 


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