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Max Parisi

BORIS JOHNSON PORTA AL TRIONFO I CONSERVATORI E LA BREXIT DURA STRAVINCE LE ELEZIONI, LABURISTI PIALLATI. ADDIO, UE

giovedì 12 dicembre 2019

LONDRA - Unione Europea addio. Le elezioni britanniche piu' importanti degli ultimi decenni consegnano a Boris Johnson - exit poll alla mano - una larghissima maggioranza assoluta a Westminster, le chiavi di Downing Street per i prossimi 5 anni e il lasciapassare per una Brexit che a 3 anni e mezzo dal referendum del 2016 diventa irreversibile.

Le previsioni dei sondaggi degli ultimi giorni hanno trovato una sonora smentita (davano i due schieramenti alla pari) nel primo exit diffuso a urne chiuse dalla Bbc che assegna al partito conservatore del premier ben 368 seggi su 650, un risultato che non si vedeva dai tempi di Margaret Thatcher e segna invece la disfatta peggiore da decenni per il Labour.

Per i risultati ufficiali, e la proclamazione dei deputati prescelti nei 650 collegi uninominali del Regno per sedere nella prossima Camera dei Comuni, si dovra' attendere l'alba e oltre. Tuttavia il verdetto, a meno d'impensabili capovolgimenti nello scrutinio, e' chiarissimo. Il messaggio di BoJo, sintetizzato nella promessa-tormentone 'Get Brexit done', e' passato.

E il controllo Tory sulla Camera nega ogni credibile spazio di manovra al fronte dei partiti - in primis il Labour a trazione socialista di un Jeremy Corbyn, incapace di ripetere la sorpresa almeno parziale del 2017 e avviato a questo punto all'addio - che s'erano impegnati a convocare un secondo referendum sull'Europa per offrire agli isolani una chance di ripensamento.

Una chance che Johnson non intende neppure prendere in considerazione, avendo giocato la partita per restare a Downing Street sulla falsariga di un unico e solo obiettivo: portare a casa la Brexit, quella Brexit di cui a suo tempo e' stato il testimonial referendario simbolo, archiviare "l'incertezza" e permettere al Regno di guardare avanti.

Premessa, nella sua retorica, per passare poi al varo di piani d'investimenti nella scuola, nella sanita' e per la sicurezza finanziati da una manovra di bilancio ad hoc. Piani meno ambiziosi e certo molto meno rivoluzionari rispetto al programma radicale tracciato sulla carta durante la campagna di queste settimane nel 'libro rosso' di Corbyn, ma anche meno inquietanti per l'establishment, il business, la classe media agiata. L'orizzonte di Boris e' adesso orientato a fare i conti con i numeri esatti del Parlamento eletto, che sara' inaugurato la settimana prossima e dinanzi al quale il nuovo governo dovra' presentare un programma aggiornato letto dalla regina in un imminente Queen's Speech bis.

Per avviare quindi l'iter sulla ratifica dell'accordo di separazione da lui gia' raggiunto con Bruxelles prima della pausa di Natale e mettere finalmente nel mirino l'attuazione formale della Brexit alla nuova scadenza fissata per il 31 gennaio. Il tutto sullo sfondo di un Paese che si accinge ad affrontare la tappa decisiva di uno snodo "storico", secondo i commentatori. Non senza un impatto epocale per il resto dell'Europa, Italia compresa.

La consapevolezza del momento era emersa fin dal mattino, con un'affluenza alle urne significativa su e giu' per le quattro nazioni del Regno: Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Johnson e Corbyn erano stati tra i primi a depositare le schede, entrambi a Londra.

 Il segnale di una partecipazione sostenuta - a dispetto della giornata fredda e piovosa - fra i circa 46 milioni di aventi diritto, alimentata dai nuovi elettori, giovani e giovanissimi, in larga parte attratti dalla svolta a sinistra corbyniana in un Paese segnato da disuguaglianze, ma assai di piu' - evidentemente - dalla maggioranza silenziosa dei britannici, orientata verso il verbo Tory e di Boris Johnson. Suggello di un voto fuori stagione (a dicembre l'ultima volta era stato nel lontano 1923) destinato a fare la storia.

Redazione Milano


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