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Max Parisi

SI ROMPE IL FRONTE DELL'EURO: TRE GRANDI ECONOMISTI EUROPEI SPIEGANO COME FARE A USCIRNE SALVANDO L'EUROPA DAL DISASTRO

lunedì 27 maggio 2013

Questo articolo è stato scritto da Brigitte Granville, Hans-Olaf Henkel e Stefan Kawalec, tre economisti di fama, ed è stato pubblicato dall'autorevole agenzia finanziaria Bloomberg. E' un'analisi licidissima quanto spietata sui motivi per i quali l'euro ha fallito e sul modo per uscire (quasi) indenni dal disastro della moneta unica europea.

"Alla vigilia della guerra civile americana, Abraham Lincoln pronunciò la famosa frase "una casa divisa non può stare in piedi." Oggi, l'Unione Europea - impegnata da decenni alla ricerca di un' "unione sempre più stretta" - deve confrontarsi con una straziante verità. La massima di Lincoln deve essere letta al contrario. Affinché l'UE possa sopravvivere, l'euro si deve sciogliere.

Tra il trattato di Roma del 1957 e l'Atto unico europeo, del 1986, i governi europei hanno portato avanti la più grande rivoluzione pacifica che il continente abbia mai visto nella sua lunga e travagliata storia. La creazione di una moneta unica europea avrebbe dovuto basarsi su questo notevole successo. Era supposta essere il successivo fondamentale passo verso una maggiore unità e prosperità. La crisi economica nell'Europa meridionale mostra che invece il regime dell'euro, almeno nella sua forma attuale, è  diventato una minaccia mortale per entrambi questi obiettivi.

Grecia, Spagna, Portogallo, Italia e Cipro sono intrappolati nella recessione e non possono riconquistare la competitività svalutando le loro monete. Le economie del nord della zona euro hanno dovuto partecipare a ripetuti salvataggi mettendo da parte ogni principio di finanza prudente. Un circolo vizioso di risentimento e populismo a sud e un rafforzamento del nazionalismo a nord stanno lacerando l'unione.

E la crisi non è ancora finita. La Francia, la seconda economia più grande d'Europa, sta sprofondando in una grave crisi economica. Come i paesi del sud, deve riguadagnare competitività, ma come loro, essendo parte del sistema dell'euro, manca dello strumento necessario. A causa delle sue dimensioni e per il ruolo guida che ha avuto nell'evoluzione dell'UE, la Francia, come sosteniamo nella parte 2 di questo articolo, sarà fondamentale per spezzare il circolo vizioso.

Prima, però, che cosa è andato storto? La moneta unica europea si supponeva dovesse facilitare il funzionamento dell'economia europea. Con la fissazione del tasso di cambio nominale e l'eliminazione del rischio di cambio, l'euro avrebbe dovuto realizzare la convergenza tra le economie più forti e quelle più deboli dell'eurozona - il cosiddetto centro e periferia. Il capitale sarebbe fluito dai paesi in surplus nei conti con l'estero  verso i paesi nella necessità di prendere in prestito, aumentando la produttività e la crescita.

La realtà è stata diversa. La moneta unica ha fissato - anzi, ha peggiorato - il divario di competitività causato dalle differenze nei tassi di inflazione e nei costi unitari del lavoro. Gli squilibri esteri sono cresciuti. Nel 1999-2011, i costi unitari del lavoro (le retribuzioni per unità di prodotto) in Grecia, Spagna, Portogallo e Francia sono aumentati rispetto alla Germania dal 19 al 26 per cento.

Nei paesi meno competitivi, questo ha prodotto dei deficit delle partite correnti dal 2 al 10 per cento del prodotto interno lordo nel 2010, e un avanzo delle partite correnti in Germania del 6 per cento del PIL. Avendo escluso la possibilità di svalutare, questi squilibri possono essere affrontati solo in due modi – o con la "svalutazione interna" o attraverso trasferimenti transfrontalieri.

Svalutazione interna significa che i paesi in deficit cercano di riguadagnare competitività attraverso la riduzione della spesa pubblica e l'aumento della pressione fiscale, che sperano possa abbassare i prezzi e i salari in crescita. L'effetto a breve termine sarà quello di indebolire la domanda interna.

A meno che non vi sia una compensazione derivante dall'aumento della domanda estera - con i paesi in surplus, in particolare la Germania, che intraprendono una politica di stimolo che aumenti un po' l'inflazione - un' "austerità" di questo tipo metterà a repentaglio la crescita economica e, quindi, le finanze pubbliche dei paesi in deficit. Tuttavia, non vi è alcuna prospettiva che la Germania - insieme agli altri paesi economicamente simili nella zona nord dell'euro - possa accettare di attuare un tale stimolo, in quanto ciò sarebbe in contrasto con la sua cultura politica ed economica. Ciò farà aumentare i dubbi sulla sostenibilità finanziaria del debito pubblico dei paesi in deficit e sulla sostenibilità politica delle loro politiche di svalutazione interna.

Stampare Moneta

Molti governi dei paesi debitori preferirebbero avere dei trasferimenti sotto forma di denaro stampato dalla BCE - con minori, eventuali, limiti. I funzionari francesi l'hanno detto esplicitamente. Ma il meglio che possono sperare sono gli acquisti di titoli di Stato a breve termine da parte della BCE (note come outright monetary transactions). Se dovessero essere attuati, questi saranno soggetti alle stesse rigide condizioni fiscali applicate ai trasferimenti dal MES.

Quindi, le prospettive per i Paesi debitori della zona euro sono di un inasprimento fiscale implacabile e di anni di domanda carente. Ciò si tradurrà in una contrazione o, nella migliore delle ipotesi, una stagnazione della produzione e degli standard di vita. Nel frattempo, sta crescendo il sentimento anti-UE e in particolare anti-tedesco  – come dimostrano le scene per le strade di Nicosia dopo la crisi di Cipro.

Gli Stati Uniti d'Europa potrebbero salvare la situazione? Alcuni tra i primi fautori dell'euro hanno riconosciuto alla fine degli anni '90 che il progetto comportava che "l'economia doveva guidare la politica." Essi vedevano la moneta unica come un modo per mettere il continente su un percorso irreversibile verso una piena unione politica - un obiettivo che gli elettori europei avrebbero rifiutato se gli fosse stato chiesto in maniera diretta.

Una maggiore mobilità del lavoro potrebbe essere uno degli elementi di questa unione. Si potrebbero immaginare le popolazioni dei paesi depressi come la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l'Italia, emigrare verso i paesi ricchi come la Germania e la Finlandia. In questo scenario, interi paesi potrebbero finire per somigliare a delle spopolate regioni rurali - come quelle regioni della Francia, negli anni del dopoguerra, che i giovani ben istruiti abbandonavano in massa spostandosi verso le città e lasciando dietro di sé una popolazione invecchiata, pesantemente dipendente dalle assicurazioni sociali. Le barriere linguistiche e culturali rendono comunque improbabile questa forma di aggiustamento economico.

Invece, gli appassionati dell'euro puntano le loro speranze su una unione fiscale. I trasferimenti dovrebbero prendere il posto delle migrazioni - e un nuovo quadro di responsabilità politica dovrebbe prevenire gli abusi (il cosiddetto problema del free-rider) e gestire le tensioni. Purtroppo, anche se questo sarebbe possibile, le divergenze di competitività rimarrebbero.

Consideriamo i casi della Germania orientale e del sud Italia. Nella riunificazione tedesca del 1990, i salari della ex Germania orientale sono stati convertiti in marchi tedeschi 1-a-1, abbattendo in un colpo solo la competitività della Germania orientale. In ciascuno degli anni seguenti la riunificazione, la Germania orientale ha ricevuto trasferimenti per il 4 per cento del PIL tedesco. Eppure la convergenza non c'è stata - persone giovani e istruite continuano a migrare verso la Germania occidentale. Nemmeno nel Sud Italia c'è stata convergenza, nonostante decenni di trasferimenti. La disoccupazione è il doppio di quella del Nord Italia, e il PIL privato pro capite è meno della metà.

E poi c'è la politica. I paesi non competitivi dell'eurozona non possono sperare di ricevere trasferimenti del valore del 25 per cento del loro PIL ogni anno, come la Germania orientale, o anche del 16 per cento del PIL, come nel sud Italia. Qualcosa deve cedere - e dovrà essere il sistema dell'euro. Per preservare l'Unione europea, l'Unione monetaria deve essere smantellata. Il parallelo storico fin troppo rilevante è la difesa del gold standard nel periodo tra le due guerre, che arrivò quasi a distruggere la democrazia in tutto il mondo. Un solo paese può plausibilmente prendere l'iniziativa a favore di una divisione controllata del sistema dell'euro per mezzo di un'uscita comune e concordata dei paesi più competitivi. Questo paese è la Francia.

Ancora una volta, il destino dell'Europa è nelle mani delle élite francesi. In linea con le sue migliori tradizioni politiche della "Fraternité", la Francia dovrebbe promuovere una nuova strategia nel segno non del nazionalismo, ma di una solidarietà europea. Una divisione del sistema dell'euro sarebbe nel migliore interesse sia della Francia che dell'Europa, perché accelerebbe il ritorno alla crescita economica dell'UE - l'unica sicura garanzia di stabilità e unità europea. La Francia deve farsi carico dello smantellamento dell’Euro. 

Nell’Eurozona la Francia si trova al limite   tra i paesi in deficit e paesi in Surplus. Possiede  un vasto e costoso sistema di   welfare, con dei servizi pubblici di alta qualità, spesso definiti come il modello francese,  sistema  che si basa su di un consenso profondo e sentito da parte dei cittadini. Ma a differenza dei paesi scandinavi, che pure sono orientati ad un sistema di  costoso welfare, quello francese è stato finanziato non da un alto livello di tassazione sul reddito e sulla spesa, ma da onerose tasse sull’occupazione (in particolare attraverso i contributi previdenziali dei datori di lavoro), sui capitali,  e con un  pesante indebitamento pubblico.

Il debito pubblico nel 2012 è salito a circa il 90 per cento, da circa il 64 per cento che era nel 2007. Questo insistere sulla tassazione del lavoro si spiega in quanto costituisce  il percorso di minor resistenza politica.   Così facendo si dà l'illusione che lo  stato sociale venga finanziato dalle imprese e  non dai cittadini.  L'idea che la tassazione delle aziende sia un modo indolore per finanziare il welfare e i  servizi pubblici ha prodotto  una cronica  elevata disoccupazione, una crescita debole, ha  eroso la competitività  e condotto il tenore di vita, nel migliore dei casi,  alla stagnazione.

Per la Francia e per il sistema dell'euro nel suo insieme, la strategia migliore sarebbe  quella di smantellare l'Unione monetaria dall'alto - tramite l'uscita della Germania e degli altri paesi più competitivi. La conseguente rivalutazione della nuova moneta tedesca migliorerebbe le  bilance commerciali dei paesi in disavanzo. 

In alcuni casi, si renderebbero comunque necessarie operazioni di  cancellazione del debito,  ma l’entità dell’impatto ed i costi per i creditori sarebbero contenuti, in quanto lo smantellamento della moneta unica stimolerebbe  la crescita dei paesi in deficit.  I paesi in surplus dovrebbero ricapitalizzare le loro banche per fare fronte alle perdite subite a causa di eventuali cancellazioni del  debito, in modo tale che uscire dal sistema non significherebbe  abbandonare i paesi in crisi. La differenza sarebbe  che, dopo lo scioglimento, la loro assistenza potrebbe contribuire a rimettere i paesi in deficit sulla via del risanamento, mentre i salvataggi attuali portano solo in  un vicolo cieco. 

La Banca centrale europea dovrebbe adoperarsi nel  mantenere la credibilità e la fiducia nel corso dello smantellamento controllato dell'euro. La BCE,  almeno per qualche tempo, potrebbe essere mantenuta in qualità di banca centrale responsabile della politica monetaria in tutti i 17 paesi membri, anche dopo il ritorno di alcuni paesi  alle valute nazionali. Ciò faciliterebbe un forte coordinamento delle politiche tra gli ex membri, facendo passare l’idea  che più che una frantumazione, si tratterebbe  di una trasformazione effettuata ordinatamente e  sotto il controllo della istituzione europea più rispettata e credibile.

Molti osservatori ammettono che l'euro è stato un errore, ma parimenti non credono vi sia la possibilità di recedere. Essi ritengono che la dissoluzione dell'unione monetaria porterebbe al caos economico, prima in Europa e poi in tutto il mondo. I leader europei hanno inoltre paura che il tornare sui propri passi darebbe  anche un colpo mortale alla grande causa dell'integrazione europea e potrebbe essere l'inizio della fine della UE e del mercato unico. Sono questi i timori che spingono a perseverare in quella  che consideriamo una  disastrosa strategia di difesa  dell’Euro a tutti i costi.

Sebbene  una dissoluzione  controllata del sistema euro dovuta all’uscita  dei paesi più competitivi sia il modo più efficace per aiutare i paesi in deficit, essa si configura sostanzialmente come una decisione unilaterale,  dei  Forti di abbandonare i Deboli. La passata Storia europea rende difficile per i leader della Germania avviare un simile percorso. 

In qualità di padre fondatore dell'Europa, solo la Francia ha l’autorevolezza necessaria per poter sostenere con successo una strategia di smantellamento del sistema dell'euro per il bene stesso dell'Unione europea. L'alternativa è  il fallimento economico, divisioni più profonde e amari rancori  tra le nazioni d'Europa, mettendo così a rischio le più preziose conquiste dell'integrazione europea. In un modo o nell’altro, l'Europa si dividerà. 

Resta solo da capire se verrà spazzata via completamente o solo in parte. Smantellare  l'euro nel  modo che noi proponiamo è di vitale importanza al fine di garantire la sopravvivenza dell'idea europea".

Analisi davvero straordinaria (e inedita in italia, tanto per cambiare)

max parisi


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