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Max Parisi

ESCLUSIVO / INTERVISTA AL GENERALE UMBERTO RAPETTO PRONTO A TORNARE ''IN AZIONE'' CON IL NUOVO GOVERNO DI CENTRODESTRA

mercoledì 21 febbraio 2018

ROMA - Matteo Salvini  ha "lanciato" oggi Umberto Rapetto, ex generale della Guardia di Finanza, per un ruolo di "super manager" della sicurezza informatica nel prossimo governo. Non un ruolo da ministro, ma una figura operativa che riassuma in sè le competenze, ora divise tra diversi enti, su contrasto alle fake news, al cyberbullismo, agli attacchi contro i dati sensibili.

Il leader della Lega ha presentato in Senato il ruolo disegnato per l'ex finanziere come quello di "un super manager per la sicurezza degli italiani, dal cyberbullismo, alla sicurezza della rete alle telecomunicazioni, che metta in fila competenze oggi distribuite tra vari soggetti". Salvini ha incalzato: "Non mi sembra che l'attuale sistema di sicurezza nazionale sia in grado di garantirci da attacchi, siamo facilmente aggreddibili. Non siamo qui a distribuire ministeri. Ci saranno ruoli di governo anche piu' importanti dei ministeri". 

Noi abbiamo raggiunto il Generale Rapetto a cui abbiamo posto alcune domande.

Generale, che sopresa, la notizia. Cosa lo ha spinto a tornare in prima linea nella sua professione investigativa e di coordinamento?

Probabilmente se lo stanno chiedendo in tanti: cosa ci facevo io questa mattina al Senato e soprattutto cosa penso di fare per il futuro. La sorpresa. però, non merita certo di rimanere tale. Sono convinto che ci si trovi dinanzi all’ultima occasione per tirar fuori d’impaccio l’Italia e che non si debba perdere altro tempo. Tocca rimboccarsi le maniche e condividere quel che si è in grado di dare.

Quidi è la volontà di riprendere la la battaglia contro il crimine?

La mia storia è pubblica. Ho servito il mio Paese senza esitare a proseguire la mia missione anche quando ho capito che determinazione e correttezza mi sarebbero costate la carriera. Avrei potuto farmi spazio in uno dei tanti “Talent” della tornata elettorale e sfruttare la mia visibilità per aggiudicarmi un seggio in qualche formazione che si dichiara “innovativa”. Internet sarebbe stato il megafono naturale e in quelle acque tormentose avrei potuto muovermi con la stessa agilità con cui Giovanni Soldini solca gli oceani. Ho preferito rimanere al mio posto, augurandomi che – ad un certo punto – le mie competenze potessero riprendere forma e ruolo.

E' appena accaduto. Racconti ai nostri lettori della sua personale esperienza nella lotta al crimine informatico.

Ho vissuto la progressiva permeazione delle tecnologie nel nostro vivere quotidiano, studiandone gli aspetti tecnici, informatici, organizzativi, sociali e criminali. Mi occupo di sicurezza informatica ma forse in senso più ampio di quel che tale dizione è solita ricomprendere. E’ proprio per questo motivo che ho provato ad immaginare di dare il mio contributo e – adesso che vanno di moda i cuochi – ritengo di avere anch’io una possibile ricetta. Nessun piatto capace di ingolosire gli inappetenti, ma un menu che dovrebbe rendere “digeribile” il sopravanzare dell’innovazione. Le portate potrebbero essere numerose come avviene nei banchetti nuziali, ma non vogliono correre il rischio di una indigestione fatale. Il prezzemolo della sicurezza lo immagino obbligatorio sia per aziende ed enti, sia per la gente comune.

Nello specifico, fuor di metafora, cosa propone?

Ho tante idee sul fronte dell’automazione del mondo del lavoro, dove ipotizzo “macchine” capaci di aiutare il lavoratore ma non di scipparne il posto, di incrementare la produttività senza calpestare la dignità del dipendente da mandare a casa, di evitare infortuni sul lavoro, di ottimizzare il ciclo logistico, di ricostruire il motore del nostro domani dall’ufficio alla fabbrica al punto vendita. Le avveniristiche soluzioni robotizzate possono essere integrate e deve esserne disciplinato l’utilizzo, avendo cura di salvaguardare l’occupazione e il pregio delle cose che da sempre solo le “mani italiane” sanno fare. Le tecnologie non devono schiacciare chi lavora e tantomeno possono essere l’invisibile catena che lega e controlla in un futuribile modello di schiavitù come recentemente abbiamo dovuto constatare.

La sicurezza cibernetica, tecnologica, delle reti dati dell'Italia è in pericolo? O meglio, quali sono le maggiori minacce che vorrà affontare, con l'incarico che avrà se vincerà le elezioni il centrodestra?

Ho la consapevolezza che sia necessario intervenire a difesa delle infrastrutture critiche, ovvero i sistemi informatici che garantiscono il regolare funzionamento dell’erogazione dei servizi nei settori dell’energia, dei trasporti, della sanità, delle telecomunicazioni e delle attività bancarie e finanziarie. Sono convinto che lo Stato debba riconquistarne il controllo evitando di abdicare con la concessione a terzi privati di cui va invece apprezzato il supporto e la partecipazione senza cedere loro il timone. La ridotta conoscenza del contesto ha portato ad immaginare e a realizzare architetture organizzative probabilmente di taglia e fattura non adeguata. Se si è avvertita la necessità di un “vestito”, si sono sbagliate misure e stoffa. Vanno ridisegnati i ruoli dell’Intelligence, della Difesa e delle Forze di Polizia, di quello che un tempo era il Ministero delle Comunicazioni (oggi costola del MISE): ognuno deve assumere il proprio ruolo, limitando le sovrapposizioni e armonizzando le rispettive competenze. La cyberwar non è un simpatico videogame e una volta che la partita dovesse mai cominciare non esiste un tasto “reset” o la feritoia per inserire la monetina per ricominciare.

Di sta dando una missione molto impegnativa. Ma c'è solo la cyberwar nel suo futuro, rientrando in azione come Matteo Salvini le ha chiesto?

Assolutamente no. Altra pietra d’angolo è il processo di acculturamento, orientato privilegiando due direzioni. E’ ormai indifferibile intervenire nelle scuole per educare i giovani all’uso degli strumenti elettronici che – se fosse mai una bicicletta o un motorino – guidano senza mani incuranti delle buche che costellano le autostrade dell’informazione. La reintroduzione di materie come l’educazione civica, questa volta “telematica”, e l’avvio di altre iniziative didattiche ed educative possono avere funzione “ortopedica” per chi adoperando smartphone e tablet “zoppica un po’”.

Educhiamo i giovani a conoscere gli strumenti elettronici, allora? Una specie di riedizione per il nuovo millennio del famoso "non è mai troppo tardi" della Rai anni Cinquanta. Ma  sarà rivolto anche a chi giovane non è più?

E’ altrettanto urgente avviare – al di là delle ripetute chiacchiere promozionali che hanno fatto sussultare la salma del povero maestro Manzi – un programma di alfabetizzazione della generazione dai capelli d’argento, e qui comprendendo anche chi la chioma l’ha persa per strada. Un itinerario formativo può indurre ad una integrazione anche sociale (a dispetto della tanto declamata insuperabilità del “gap” tra nativi digitali e relativi nonni) e far superare il timore (spesso fondato) di possibili brutte esperienze. La prevenzione di truffe e frodi su Internet potrebbe partire proprio da qui. La maggior consapevolezza collettiva, poi, potrebbe essere il freno per bloccare i fenomeni delinquenziali – anche spiccioli – che affollano la Rete.

Parliamo di cyberbullismo, Generale Rapetto.

La nostra vita “connessa” ai gangli telematici ha potuto apprezzare molti vantaggi della velocità delle moderne telecomunicazioni e della facilità di impiego dei dispositivi di utilizzo giornaliero. I pregi della nuova civiltà, purtroppo, sono caratterizzati da un rovescio della medaglia che non è irrisolvibile, ma che deve essere affrontato con la coscienza delle difficoltà cui si va incontro. Le dinamiche fraudolente hanno trovato in Internet un fattore di sbalorditiva accelerazione, sconvolgendo la serenità che il contesto di interazione avrebbe dovuto assicurare. L’impreparazione è stata il tallone d’Achille: cittadini storditi dalla novità, Forze dell’Ordine allenatissime sul fronte tradizionale e un po’ meno sul pianeta “WWW”, istituzioni quasi assenti. Dopo l’ondata truffaldina, la tempesta della violenza virtuale: il web si è dimostrato l’habitat del “peggio” che l’essere umano potesse manifestare, costituendo l’orizzonte delle condotte più riprovevoli. E’ finita l’era dello stupore: è necessario affrontare la questione “social” con interventi che non dimentichino la transnazionalità di Internet e che non si risolvano nei soliti slogan.

Si parla tanto e spesso anche a sproposito di "fake news", qual è il suo parere e soprattutto cosa intenderà fare al riguardo?

Il termine “fake news” è entrato nel linguaggio quotidiano, non solo per la cattiva abitudine che ci porta a prediligere espressioni anglofone. L’inquinamento dell’informazione ha superato l’immaginabile, minando la stabilità sociale. Mentre tutti agitano magiche pozioni che risolverebbero il problema in un battito di ciglia (norme severe, interventi di polizia e così a seguire), forse vale la pena di trovare soluzioni omeopatiche basate sull’educazione dei cittadini a riconoscere le fonti attendibili e le notizie fondate. E non dimentichiamo che le tecnologie possono risultare uno strumento efficace per il controllo del territorio e un impiego corretto delle soluzioni più moderne può garantire maggiore sicurezza. La razionalizzazione del settore nel rispetto delle norme a tutela dei diritti civili – e tra questi la riservatezza dei dati – è il primo passo per gestire gli ambiti urbani restituendo alla gente la dovuta serenità.

E in ultimo, le domandiamo: il commercio sembra sempre più dominato dal web, è giusto?

L’inarrestabile opera di colonizzazione del mercato da parte dei colossi del business (da Amazon a AliBaba, solo per fare due esempi) sta devastando il commercio con conseguenze apocalittiche per la nostra economia.Il ruolo di spettatori inermi deve essere rimosso. L’accettazione supina del sopravanzare del progresso non può certo essere sostituita da filosofie Amish, ma occorre studiare soluzioni per evitare di leggere ad ogni passo un nuovo cartello “Vendesi” che segna a lutto le saracinesche di quello che era stato un negozio.

Un programma davvero enorme, Generale.

Le cose da fare sono tante. Fortunatamente le idee sono ancora più numerose.

Max Parisi

 


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