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Max Parisi

BASTA INVASIONE DI CLANDESTINI! ARRIVA IL PUGNO DI FERRO DI DONALD TRUMP: RESPINGIMENTI ED ESPULSIONI SENZA DEROGHE.

venerdì 11 novembre 2016

WASHINGTON - A pochi giorni dall'elezione del repubblicano Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti,  e mentre ancora fervono i lavori che porteranno all'enucleazione della sua squadra di governo, la stampa Usa formula i primi pronostici in merito alle priorita' politiche che indirizzeranno i primi mesi di vita della nuova amministrazione.

Secondo Sahil Kapur, di "Bloomberg Politics", i segnali puntano tutti nella direzione di un intervento duro e repentino sul fronte dell'immigrazione clandestina. Trump, sottolinea il politologo, ha vinto le elezioni con la promessa di una stretta intransigente agli ingressi irregolari nel paese; e a dispetto dei toni conciliatori adottati dopo la vittoria, il presidente eletto non sembra avere alcuna intenzione di retrocedere.

Il sito web della squadra di transizione presidenziale del Repubblicano riafferma i piani per la "cancellazione dei decreti esecutivi incostituzionali" varati dal presidente uscente, Barack Obama, per garantire la permanenza nel paese di determinate categorie di immigrati irregolari; tra questi decreti, ricorda Kapur, c'e' anche quello del 2012 che riguarda 750 mila giovani immigrati portati illegalmente negli Usa dai loro genitori, quando ancora erano minorenni.

Questi decreti, cosi' come tutti gli altri firmati da Obama senza passare attraverso il Congresso, potranno essere annullati da Trump allo stesso modo, cioe' con un semplice tratto di penna. Ed e' significativa, secondo Kapur, la presenza nel team transitorio di Trump del segretario di Stato del Kansas Kris Kobach, co-autore di norme restrittive in materia di immigrazione adottate dall'Arizona.

Non c'e' dubbio, dunque, che l'immigrazione sia in cima all'agenda presidenziale del neoeletto presidente repubblicano. Secondo il "Wall Street Journal", pero', gli elettori statunitensi hanno eletto Trump per la sua visione marcatamente protezionistica in materia di commercio e scambi internazionali, piu' ancora che per la linea dura in materia di immigrazione.

Su questo fronte, uno dei primi bersagli della prossima amministrazione presidenziale potrebbe essere il North American Free Trade Agreement (Nafta), responsabile, secondo Trump, che massiccio deflusso di stabilimenti e posti di lavoro del  manifatturiero Usa verso il Messico. Per gli Usa, recedere dal Nafta sarebbe "relativamente semplice": Trump "potrebbe uscire dall'accordo sei mesi dopo il suo insediamento alla Casa Bianca", a patto di notificarlo preventivamente a Canada e Messico.

Un avvenimento simile, sottolinea il quotidiano, interesserebbe prima di tutto il settore dell'automotive, che ha investito massicciamente in Messico grazie al libero accesso di questo paese al mercato Usa. Decine di migliaia di componenti per autoveicoli - sottolinea il quotidiano - viaggiano ad oggi piu' volte attraverso il confine tra i due paesi nel corso delle fasi di produzione e assemblaggio delle auto.

Un altro fronte della "battaglia commerciale" di Trump riguarderebbe ovviamente la Cina, nei cui confronti gli Usa hanno accumulato un enorme deficit commerciale. Secondo Keith Bradsher, del "New York Times", il nuovo presidente Usa ha a disposizione diverse "armi" per combattere la battaglia contro la superpotenza commerciale asiatica; non e' vero, secondo Bradsher, che tagliare i legami commerciali con la Cina riporterebbe negli Usa la manifattura perduta: quest'ultima sta lasciando anche la Cina, verso paesi dai costi della manodopera ancora inferiori.

E' vero pero', secondo l'opinionista, che il Repubblicano potrebbe riequilibrare le relazioni commerciali tra i due paesi utilizzando la leva delle tariffe e dei dazi doganali "contro le pratiche commerciali della Cina che lui e i suoi sostenitori ritengono scorrette". La Cina, di contro, avrebbe a disposizione opzioni piu' limitate proprio perche' dagli Stati Uniti acquista una quantita' assai minore di merci.

Tra le grandi aziende Usa che rischierebbero un contraccolpo ci sarebbe Boeing: Pechino potrebbe rispondere a una amministrazione Usa ostile reindirizzando gli ordini di aeromobili delle compagnie aeree cinesi dal costruttore Usa alla europea Airbus. O ancora, disturbare la catena delle distribuzione di prodotti elettronici come quelli di Apple, che concentra in Cina gran parte della produzione, ma si tratta di "vendette" risibili, di fronte ai benefici che i dazi sulle merci cinesi produrrebbero alle industrie americane, che non possono competere con produzioni di fabbriche cinesi dove lavorano in condizioni sanitarie terribili operai-schiavi a costo praticamente zero.

Infine, sempre sul "New York Times", Linda Greenhouse tocca un'altra partita cruciale per il presidente eletto: la giustizia, e in particolare la nomina del membro vacante della Corte Suprema. L'elezione di Trump, scrive la giornalista, ha fatto evaporare la possibile nomina di Merrick Garland nel posto lasciato vuoto dalla morte di Antonin Scalia: se la nomina si fosse concretizzata, gli equilibri nella Corte si sarebbero ribaltati, con una maggioranza di cinque giudici di orientamento progressista. Cosa che ovviamente non accadrà, con Donald Trump alla Casa Bianca.

Redazione Milano.


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