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Max Parisi

INCHIESTA / DEUTSCHE BANK VALEVA 130 MILIARDI, ORA 15 (LA META' DI BANCA INTESA!) E BANCHE EUROZONA -40% DA INIZIO 2016

mercoledì 6 luglio 2016

Prima del crac della Lehman Brothers, la tedesca Deutsche Bank valeva in Borsa 130 miliardi di euro, oggi supera di poco i 15 miliardi, quasi la metà di Intesa Sanpaolo - giusto per dirlo -  ma soprattutto 10 volte meno di Bank of America e un abisso rispetto ai 230 miliardi di JP Morgan Chase. Ma il governo tedesco non sembra particolarmente attento alle banche di casa, concentrato com'è a redarguire Italia, Spagna, Portogallo e Grecia.

La crisi borsistica che investe le banche da inizio anno non riguarda - quindi - solo gli istituti italiani ma tocca tutta l'Europa e in Europa, particolarmente la Germania, dati alla mano.

Da gennaio 2016 a oggi, inizio luglio 2016, l'indice di borsa delle banche europee accusa un crollo intorno al 40%.

Dal terremoto generale si salva soltanto Hsbc con una performance negativa di appena l'8%. Scorrere le quotazioni dei principali istituti di credito del vecchio continente sembra un bollettino di guerra.

Mps da inizio anno ha perso il 75,8% con una accelerazione nelle ultime due sedute di Borsa. Tra le peggiori performance anche UniCredit che mostra una contrazione di circa il 60%, incalzato da Banco Popular che ha lasciato sul terreno il 58%. Oltre il 50% la flessione del Credit Suisse, Deutsche Bank accusa un -43%, Intesa Sanpaolo circa il 43% mentre Commerzbank ha perso il 40%, UBS il 35%.

Avete letto bene: uno schianto generale. Ma agli occhi del famoso "mercato" sembra che riguardi solo l'Italia.

Continuando la disamina, poco meglio hanno fatto nel lasso di tempo sopra specificato gli istituti francesi con Societe Generale in calo del 34%, Credit Agricole -30% e Bnp Paribas -22%, in linea con le spagnole Santander e Bbva che accusano entrambe una perdita di capitale superiore al 20%.

Gli investitori abbandonano le banche e si spostano verso asset giudicati più sicuri, in primis i titoli di Stato dell'area euro che beneficiano dell'ombrello da parte della Bce con il quantitative easing.

L'indicazione che arriva da chi investe capitali nella finanza è molto chiara: serve un intervento degli Stati per mettere al riparo il sistema bancario di tutta la Ue. Un copione non originale, in effetti...

Tra il 2008 e il 2014 la Ue ha ufficialmente autorizzato aiuti di Stato a favore del sistema bancario per un valore di quasi 5mila miliardi di euro, di cui 800 miliardi per le ricapitalizzazioni e di questi 453 miliardi sono stati utilizzati tra Germania, Francia, Grecia e Spagna. La Gran Bretagna era già allora un caso a parte, non evendo - per sua fortuna - aderito all'euro e quindi la Banca d'Inghilterra ha potuto agire con le mani libere, senza diktat della Bce a trazione tedesca.

In Italia - sempre da 2008 al 2014 - sono stati usati appena 8 miliardi di euro per ricapitalizzare le banche a fronte di sette anni di recessione. I primi a mettere soldi del contribuente sono stati gli americani con il Tarp grazie al quale il governo di Washington ha acquistato azioni privilegiate (senza diritto di voto in assemblea) delle principali nove banche americane impegnando 205 miliardi di dollari facendo con questo un ottimo affare: alla fine del Capital Purchase Program il Tesoro ha guadagnato oltre 7 miliardi di dollari.

In "Europa" che è meglio circoscrivere alla sola eurozona, perchè tutti gli stati della Ue che non hanno adottato l'euro non hanno problemi di banche in fallimento, vanno aumentando in queste ore i favorevoli a un intervento analogo allo statunitense Tarp, mentre la sospensione delle norme sul bail-in incontra meno consenso, che è ovviamente un eufemismo per non dire che trova il muro di pietra tedesco sul suo cammino.

Il vice presidente del colosso finanziario americano BlackRock, Philippe Hildebrand, oggi sul Financial Times ha scritto che "Matteo Renzi fa bene a dire che in Europa, e non solo in Italia, c'è un problema con le banche", proponendo un intervento pubblico temporaneo per gli aumenti di capitale. Un'opzione che consentirebbe di non imputare a debito pubblico l'onere per le casse dello Stato.

Hildebrand invece è contrario a sospendere le norme sul bail-in, in quanto minerebbero la credibilità del quadro regolatorio. Sempre ammesso che non sia già profondamente "minato" da una Ue che sta barcollando dopo il micidiale colpo del Brexit e che potrebbe rovinare al suolo davanti ormai a qualsiasi altro colpo, anche minore, come il risultato del nuovo ballottaggio per le presidenziali in Austria, o la richiesta di referendum per lasciare la Ue nella Repubblica Ceca. 

Per Lorenzo Bini Smaghi, chairman di Societe Generale ed ex membro del board della Bce, viceversa la sospensione del bail-in è da considerare positivamente. In una intervista a Bloomberg Tv ha sottolineato che l'intero mercato bancario è sotto pressione e si rischia un effetto contagio. Come ha scritto l'Economist a inizio anno forse l'Europa introducendo le norme sul bail-in (spostare dai contribuenti agli azionisti e investitori l'onere dei salvataggi bancari) ha tentato di "de-politicizzare il sistema bancario" dell'area euro. Forse i mercati stanno diventando sempre più restii a impiegare liquidità senza reti di protezione pubbliche. 

Sta di fatto che al prossimo "bail in" qualunque fosse, l'onda sismica si propagherebbe a tutta la zona euro e allora sì, si salvi chi può.

Redazione Milano


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