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Max Parisi

CRESCONO ANCORA LE SOFFERENZE BANCARIE, LA SITUAZIONE DEGLI ISTITUTI DI CREDITO ITALIANI SI FA SEMPRE PIU' PERICOLOSA.

venerdì 10 giugno 2016

Il sistema bancario italiano va sempre peggio, questo mostrano i dati che descrivono l'ennesimo aumento dei crediti diventati inesigibili che ormai deveno essere considerati perdite da ripianare. Infatti, i prestiti in sofferenza delle banche italiane in aprile risalgono a 198,3 miliardi (196,9 miliardi le consistenze a fine marzo). Lo indica la Banca d'Italia nel Supplemento al Bollettino statistico 'Moneta e banche'. Le sofferenze del settore, al valore di realizzo, ammontano a 83,9 miliardi.

Questo dato è molto importante: sta a significare che per evitare il fallimento dell'intero sistema-banche dell'Italia, le medesime devono in tempi brevi iniettare fortissimi capitali freschi, in contanti. Si tratta di almeno 100 miliardi di euro. E dove mai li troverebbero 100, se per un aumento di capitale di un solo miliardo di euro il Banco Popolare si trova in difficoltà? 

La fotografia scattata da via Nazionale indica che le sofferenze lorde per 140 miliardi riguardano prestiti alle imprese, per 37,4 miliardi le famiglie consumatrici e per 15,9 miliardi quelle produttrici (le partite iva).

Il problema vero è che le banche italiane sono strapiene non solo di crediti diventati inesigibili, ma anche di "cambiali" di stato, ovvero di Bot, Btp e altre emissioni. Questo le paralizza, perchè questi capitali sono congelati e il programma di acquisti di titoli di stato varato della Bce - con la Germania contrarissima - per quanto esteso non riesce a comprare a sufficienza titoli di stato italiani dalle banche italiane che li detengono. Perchè? Perchè ne hanno troppi in cassa.

Addirittura è aumentato ad aprile 2016 - ultimo dato disponibile - l'ammontare dei titoli di Stato italiani detenuti dalle banche del Paese. Secondo il supplemento statistico di Bankitalia, le banche detengono 405,5 miliardi di euro in titoli di Stato, con un aumento di quasi 5 miliardi rispetto al mese precedente. In aumento, in particolare la consistenza dei Btp che supera i 290 miliardi (283 miliardi a marzo), in aumento anche Bot (da 19,4 a 21,6 miliardi) e Cct (da 60,6 a 61,4 milairdi) mentre in deciso calo i Ctz a 18,8 miliardi, rispetto ai 24 miliardi del mese precedente. 

Di fatto, le banche private italiane stanno facendo da cassa per lo stato italiano, come se fossimo ancora negli anni Ottanta quando solo con rarissime eccezioni, tutte le principali banche del Paese erano pubbliche. In che è semplicemente pazzesco. Ed è la Banca d'Italia a "imporlo" ovvero "consigliarlo" senza possibilità di dire no. 

Esiste una via d'uscita, un modo per impedire la catastrofe?

Catastrofe che - va detto - sarebbe rappresentata dal bail in di molte banche italiane, ad iniziare da Mps, per continaure con la Popolare di Vicenza, Veneto Banca, una serie non modesta di Casse di Credito Cooperativo e altre ancora. Ma una catastrofe che si materializzerà non solo col dissesto degli istituti di credito affondati dalle sofferenze, ad esempio quelli citati.

Infatti, anche le principali banche nazionali, in testa Unicredit (che comunque ha circa 50 miliardi di euro di sofferenze in pancia, fossero pochi) di fronte a uno scenario del genere saranno chiamate a iniettare potenti capitali freschi per reggere lo shock, e non è affatto sicuro ci riescano.

La domanda principale alla quale rispondere ora è: quando accadrà?

Ci sono due date-limite dopo le quali se tutto rimarrà com'è ora, la catastrofe bancaria italiana esploderà. La prima data è quella della fine del QE voluto e imposto da Draghi alla guida della Bce. Dal giorno dopo, la rete di sicurezza che mantiene calmi - all'apparenza - i mercati finanziari non ci sarà più e inizieranno forti turbolenze, che ovviamente punteranno sugli "anelli deboli" della catena della finanza dell'eurozona. E quelli italiani, assieme a quelli della Grecia, della Spagna e del Portogallo, soni di gran lunga i sistemi bancari più fragili e più esposti alle speculazioni su scala mondiale.

Nessuna delle grandi centrali speculative planetarie si lascerà sfuggire la ghiotta occasione.

Ma pure ammesso che non accadrà - fatto che razionalmente non avrebbe senso - l'altra decisiva data limite, al di là di prevedbili e imprevedibili eventi politici shock (Brexit, voto in Spagna, voto in Germania, voto in Italia, presidenziali in Francia)  sarà l'autunno del 2019 quando Mario Draghi finirà il proprio mandato a capo della Bce. 

Lontanissimo? Proprio no. Diciamo dopodomani, nella misurazione del tempo che usano i mercati finanziari globali, abituati ad anticipare le mosse anche di parecchio.

Ebbene, non è una questione di probabilità: è certo al 100% che il suo successore sarà tedesco. Si conosce perfino il nome: l'attuale governatore della Bundesbank, Jens Weidmann. E' bene sapere che costui non è solo un "falco": è il re di tutti i "falchi" della finanza tedesca. 

Che significa? Presto detto: la Bce imporrà il bail in - come Weidmann già più volte ha detto - a tutte le banche (italiane) non in grado di reggersi in piedi da sole nel mercato. Inoltre, Weidmann è colui che ha proposto un limite all'acquisto dei titoli di stato da parte delle banche (italiane). Ed è sempre la stessa persona che ha già più volte sgridato Draghi perchè "tiene i tassi a zero". Quindi, non appena nominato li rialzerà, e con questo lo spread schizzerà alle stelle.

Ecco, sinteticamente il quadro della situazione è questo. E non c'è a essere ottimisti o pessimisti. Questi sono fatti, non opinioni.

Redazione Milano


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