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Max Parisi

STRAORDINARIA ANALISI DEL WALL STREET JOURNAL SULL'EUROPA CHE SBAGLIA TUTTO SULL'IMMIGRAZIONE: L'UNGHERIA E' NEL GIUSTO.

mercoledì 9 settembre 2015

NEW YORK - L'era dell'abbattimento dei confini e delle barriere, dei muri e delle frontiere, del commercio e del turismo liberi, del mercato e di internet globalizzato, delle transazioni agevolate e degli scambi diretti, si sta avviando a una rapida quanto drammatica conclusione,

A scriverlo, sulle pagine del "Wall Street Journal", e' l'editorialista Bret Stephens, secondo cui la visione della "fine della storia" partorita da Francis Fukuyama e sposata dal mondo a cavallo tra il Novecento e il Nuovo millennio si e' rivelata "un'utopia, in netto contrasto con la visione drammatica di decine di migliaia di migranti mediorientali in marcia sulle strade d'Europa verso la terra promessa".

"Il mondo occidentale ha scambiato quella che era una pausa della storia per la sua conclusione", afferma l'opinionista.

"Abbiamo costruito un mondo senza barriere sulla base di assunzioni errate sul futuro. Abbiamo desiderato ardentemente un nuovo ordine liberale, ma lo abbiamo preteso assai liberale e assai poco ordinato".

L'Occidente "si e' auto-eletto civilizzazione generosa, ma non ha fatto nulla per preservare la propria prosperita'". L'attuale stato di caos politico, economico e geopolitico globale e' frutto anche e soprattutto di uno storico cambio di paradigma degli Stati Uniti, scrive Stephens, che cita il teorico politico Robert Kagan.

Secondo Kagan, Stati Uniti ed Europa hanno sempre incarnato una diversa visione filosofica del mondo: i primi abitavano "il mondo di Thomas Hobbes", dove "la vera sicurezza e la promozione dell'ordine liberale dipendono dal possesso e dal ricorso alla forza militare".

L'Europa, di contro, incarnava il mondo di Immanuel Kant, dove la "pace perpetua" era garantita dalla comune adesione a un codice condiviso di norme e convenzioni culturali, e dalla convinzione nelle virtu' della solidarieta' sociale incarnata da uno Stato redistributivo.

"Queste differenze fondamentali - scrive Stephens - non sono mai state davvero rilevanti, sino a quando sono rimaste circoscritte ai salotti di Davos". L'avvento di Barack Obama alla guida degli Stati Uniti, pero', ha portato la prima potenza globale, "ad adottare la visione del mondo kantiana tipicamente europea".

Sino ad oggi, "l'apertura europea si e' retta sulla forza degli Stati Uniti": venuta meno la seconda, con la rinuncia degli Usa al loro ruolo di leadership globale e all'intervento diretto negli scenari di crisi, si e' rapidamente giunti all'attuale "metastasi dell'ordine globale, che non potra' che peggiorare".

Per l'Europa - sostiene l'editorialista - la crisi migratoria si rivelera' un drammatico fattore deflagrante: "Quest'anno si riverseranno in Germania 800 mila persone, l'1 per cento della popolazione. Sinora l'accoglienza dei tedeschi e' stata un tributo ai valori umanistici incarnati dal Continente, ma la calda accoglienza dei migranti si rivelera' uno straordinario magnete per flussi migratori ancor piu' massicci, con gravi ed inevitabili ripercussioni politiche e di ordine sociale".

Secondo Stephens, la Germania e ancor piu' il resto dell'Europa potrebbero sopportare ordinatamente l'attuale pressione migratoria solo se disponessero di una crescita economica e demografica consistente: "Cosi' non e'. La Germania e' cresciuta in media di appena lo 0,31 per cento l'anno dal 1991, ed ha il peggior tasso di natalita' al mondo".

E il livore riservato da Berlino e dalle altre leadership nazionali europee alla politica delle barriere dell'Ungheria di Orban - avverte l'opinionista - e' un errore prospettico madornale: "L'Ungheria non e' affatto un caso di anacronismo politico, ma un araldo di quanto il prossimo futuro riserva all'Europa". L'unica alternativa al ritorno dell'era delle barriere - conclude Stephens - e' un cambio di filosofia, sia da parte dell'Europa che degli Stati Uniti, e l'intervento militare diretto a difesa dei profughi con la creazione di "zone cuscinetto" in Siria e in Iraq. In concreto, prima isolare e poi distruggere l'Isis.

Redazione Milano


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