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Max Parisi

INCHIESTA BOMBA SUI CLINTON: MILIONI DI DOLLARI DALLA RUSSIA DI PUTIN (CHE COSI' E' DIVENTATA 1° PRODUTTORE D'URANIO)

giovedì 23 aprile 2015

L'agenzia dell'energia atomica russa (Rosatom) ha lentamente acquisito, tra il 2009 e il 2013, una società canadese che possiede circa il 20% della capacità produttiva di uranio degli Stati Uniti. Nello stesso periodo, un'ingente quantità di denaro è stata versata dai manager canadesi che guidavano la società alla fondazione dell'ex presidente statunitense, Bill Clinton, e di sua moglie Hillary, candidata alle prossime presidenziali e all'epoca segretario di Stato. Il suo dipartimento, insieme ad altre entità governative, ha dovuto approvare la transazione.

A scriverlo è il New York Times, che ha ricevuto alcune anticipazioni di un libro in uscita, "Clinton Cash", scritto da Peter Schweizer; notizie che ha verificato e su cui ha costruito, insieme a interviste e controlli di dati pubblici in Canada, Russia e Stati Uniti, il proprio reportage.

L'accordo che ha permesso alla Rosatom di diventare uno dei maggiori produttori di uranio, consentendo al presidente Vladimir Putin di avvicinarsi all'obiettivo di controllare un'ampia parte della catena di distribuzione globale dell'uranio, ha coinvolto i manager dell'industria mineraria canadese - grandi donatori della fondazione Clinton - che hanno costruito, finanziato e venduto ai russi una società poi conosciuta con il nome Uranium One.

L'uranio è considerato un asset strategico, con implicazioni per la politica nazionale statunitense, e per questo l'accordo ha avuto bisogno dell'approvazione di una commissione composta dai rappresentanti di diverse agenzie del governo degli Stati Uniti.

Tra queste, il dipartimento di Stato, allora guidato da Hillary Clinton. Durante le tre transazioni che hanno portato alla conclusione dell'accordo, un flusso di denaro è finito nelle casse della fondazione della famiglia Clinton: il presidente di Uranium One ha usato la sua fondazione di famiglia per versare quattro donazioni, per un totale di 2,35 milioni di dollari, mai rese pubbliche dai Clinton, nonostante l'accordo tra Hillary e il presidente Barack Obama, che prevedeva la massima trasparenza sui donatori della fondazione. Altre persone legate alla società, secondo i dati verificati dal New York Times in Canada, hanno versato delle donazioni.

Poco dopo l'annuncio dell'intenzione della Russia di acquisire la quota di maggioranza di Uranium One - salutato dal sito della Pravda con il titolo "L'energia nucleare russa conquista il mondo" - Bill Clinton ha ricevuto, per un discorso, 500.000 dollari da una banca d'investimento russa con legami con il Cremlino, che stava promuovendo le azioni di Uranium One.

"Non si sa - ha scritto il New York Times - se le donazioni abbiano avuto un ruolo nell'approvazione dell'accordo sull'uranio, ma l'episodio sottolinea" i dubbi etici riguardanti la fondazione Clinton, guidata da un ex presidente degli Stati Uniti che ha fatto molto affidamento sul denaro estero per accumulare 250 milioni di dollari in asset, con la moglie che ha guidato la politica estera del Paese potendo teoricamente fare gli interessi dei donatori della fondazione.

Il lungo percorso verso l'acquisizione dei russi dell'uranio statunitense era cominciato nel 2005 in Kazakhistan, dove il finanziere canadese Frank Giustra organizzò il primo grande accordo sull'uranio, con Bill Clinton al suo fianco.

Un'operazione che ha poi creato polemiche durante la prima campagna presidenziale di Hillary, nel 2008, proprio per le rivelazioni del New York Times sul rapporto tra Bill Clinton e Giustra, che poco dopo l'accordo sull'uranio aveva donato 31,3 milioni di dollari alla fondazione Clinton.

In un comunicato, un portavoce della campagna presidenziale di Hillary Clinton, Brian Fallon, ha scritto che "nessuno ha mai prodotto uno straccio di prova a sostegno della teoria che Hillary Clinton abbia mai preso una decisione come segretario di Stato per sostenere gli interessi dei donatori della fondazione". Ha poi enfatizzato il fatto che molte agenzie federali e il governo canadese hanno dato la loro approvazione all'accordo e che, in generale, queste questioni sono gestite da funzionari di secondo livello.

"L'insinuazione che il dipartimento di Stato, sotto l'allora segretario Hillary Clinton, abbia esercitato un'influenza inappropriata per la vendita di Uranium One è totalmente senza fondamento". Nelle ultime settimane, soprattutto dopo la candidatura ufficiale di Hillary Clinton alle prossime presidenziali, la fondazione e la sua lista di donatori sono state motivo di discussione e polemica, e non vi è alcun dubbio sul fatto che continueranno a esserlo fino al voto.

Le campagne elettorali dei politici statunitensi non possono ricevere donazioni straniere; possono invece riceverle le fondazioni. Dopo l'annuncio della candidatura dell'ex segretario di Stato, la Bill, Hillary e Chelsea Foundation ha deciso che continuerà ad accettare donazioni dai governi stranieri, principalmente da sei Paesi selezionati. Le nuove regole pubblicate dalla fondazione permettono donazioni da Australia, Canada, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Regno Unito, i Paesi che hanno sostenuto i programmi su sanità, povertà e cambiamento climatico della fondazione.

Questo significa che gli altri governi non potranno versare ingenti somme alla fondazione, ma potranno continuare a partecipare alla Clinton Global Initiative, una sussidiaria della fondazione grazie a cui aziende, nonprofit e governi lavorano alla soluzione di problemi globali, pagando una quota di partecipazione a ogni evento di 20.000 dollari. I limiti sono stati imposti per trovare un equilibrio tra la necessità di non danneggiare il lavoro della fondazione e quella di evitare l'accusa che i governi stranieri "acquistino" influenza negli Stati Uniti con le donazioni. La fondazione pubblicherà i nomi dei donatori ogni tre mesi, a partire da luglio, e non più annualmente.

I sei Paesi approvati sono tra quelli più "sicuri", a prova di polemiche, sorte invece per le donazioni effettuate lo scorso anno da governi come quelli di Arabia Saudita, Oman ed Emirati Arabi Uniti. A febbraio, il Washington Post aveva per primo riaperto la polemica sulle donazioni, scrivendo che la fondazione aveva accettato milioni di dollari da diversi governi stranieri anche mentre Hillary Clinton era segretario di Stato, al contrario di quanto era stato dichiarato in precedenza, violando in un caso anche il codice etico stabilito dall'amministrazione Obama che, oltre a caldeggiare la trasparenza, era naturalmente preoccupata dalle possibili conseguenze politiche.

La fondazione aveva poi ricominciato a ricevere soldi dall'estero senza paletti dopo l'uscita di Clinton dal governo. L'accordo per Uranium One, però, sottolinea i limiti di certi divieti, visto che la fondazione continuerà ad accettare contributi da parte di cittadini stranieri i cui interessi, come per il caso dell'uranio, possono sovrapporsi a quelli di governi di altre nazioni, anche ostili agli Stati Uniti.

"Dovremmo essere preoccupati? Certamente" ha detto Michael McFaul, che è stato l'ambasciatore statunitense in Russia quando Hillary Clinton era segretario di Stato. "Vogliamo che Putin abbia il monopolio sull'uranio? Certo che no. Non vogliamo dipendere da Putin per nulla". Ma ora, è così. 

Redazione Milano


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