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Max Parisi

GERMANIA GUARDATA DA VICINO: CORRUZIONE ALLE STELLE, DEBITO PUBBLICO ALTISSIMO, EQUITA' SOCIALE PEGGIO DELL'ITALIA

lunedì 12 gennaio 2015

Uno degli argomenti che dominano le pagine economiche, e non solo quelle, dei media italiani è rappresentato dalla nostra incapacità di fare le “riforme”, di eseguire i “compitini” impartiti dalla Germania per bocca dell’oligarchia della ue. In fondo la Germania è la “locomotiva” d’Europa, la prima della classe, la nazione migliore da cui c’è solo da imparare.

E’ effettivamente così? La Germania è realmente il paese virtuoso, retto, incorruttibile dove tutti i cittadini vivono in una sorta d’eldorado grazie all’azione politica di una classe dirigente di prim’ordine?

Vediamo qualche dato tratto da studi tedeschi, ovvero fatti sul campo e non elaborati in qualche “oscura” università italiana (giusto per evitare le obiezioni di chi vede nella “grande Germania” il faro della salvezza).

1) Corruzione.

Ogni giorno la Germania, la ue ed i nostri media dipingono l’Italia come la patria della corruzione. Strano: secondo l’indagine del Prof Friedrich Schneider, la corruzione in Germania vale circa 250 miliardi di euro, una cifra ben superiore a quella stimata per l’Italia. La sola Siemens ha collezionato una sfilza quasi infinita di processi e condanne per corruzione in giro per il mondo, tanto che esiste un sito che aggiorna il mappamondo della sua corruzione (www.propublica.org). La corruzione percepita è inferiore per il semplice motivo che... il governo ordina e la magistratura ubbidisce (alla faccia delle leggi ad personam di cui era accusato Berlusconi), tanto che dei colossali scandali che hanno segnato l’unificazione dell’ex DDR con miliardi e miliardi di mazzette, aziende svendute agli amici o fatte chiudere per non “disturbare” le imprese dell’ovest, è stato tutto messo a tacere con opportune norme di impunità sui gestori della Treuhandalstadt, l’ente preposto alle privatizzazioni (il 26 ottobre del 1990, il ministro delle finanze Wagel scrisse di proprio pugno una lettera in cui liberava i membri del consiglio di sorveglianza e del consiglio di amministrazione della Treuhandalstadt da ogni responsabilità per colpa grave, ovvero una bella pietra tombale su tutte le porcherie fatte. Cfr V. Giacchè, Anschluss, 2013). Effettivamente al riguardo noi italiani avremmo qualcosa da imparare: sì, su cosa NON fare.

2) Debito pubblico e sua sostenibilità.

L’accusa mossa al nostro paese è quello di avere un debito gigantesco, che deve necessariamente essere ridotto. Sul fatto che un elevato debito pubblico sia problematico non ci sono dubbi. Tuttavia, c’è un aspetto ancora più importante per valutare la sua sostenibilità, ed è il tasso con cui cresce. Confrontiamo la dinamica di crescita del debito pubblico italiano e tedesco tra il 2008 (anno di inizio della crisi) ed il 2011 (anno in cui in Italia si insedia il governo Monti uomo di fiducia della ue e dei “virtuosi” tedeschi). Bene: nel periodo 20008-2011, il debito pubblico italiano cresce del 13,4%, mentre quello tedesco “lievita” di ben il 27%. Avete capito cari lettori? Il debito pubblico è cresciuto con una velocità doppia di quello italiano. Ora, se voi doveste decidere di dare fiducia ad un’azienda, a quale delle due affidereste i soldi? Io a quella il cui tasso d’indebitamento cresce con una velocità minore, perchè significa che ha una dinamica più stabile e sostenibile. Acciderbolina, i tedeschi zoppicano anche qui, e non poco. Eh, ma il debito pubblico tedesco è più basso di quello italiano, sento già obiettare. Sbagliato: secondo l’università di Friburgo, qundi tedesca e per definizione “affidabile”, il debito pubblico tedesco è meno sostenibile rispetto a quello italiano. Esatto: il parametro preso a riferimento dal Centro Studi di Friburgo – vale a dire la somma del debito pubblico esplicito (il debito/Pil attuale che riflette il passato) e quello implicito (che tiene conto degli obblighi di spesa futuri tra i quali pensioni e sanità), porta l'Italia ad avere un debito totale/Pil al 73%, secondo solo alla Lettonia, e minore di Germania (154%), Francia (449%) e Spagna (672%). Questi dati sono riferiti a prima delle “cure” Monti-Letta-Renzi, fatte per compiacere la cancelliera Merkel ed i suoi compitini per casa. Oggi, grazie alle cure di stampo tedesco, sappiamo come il nostro debito pubblico abbia raggiunto vette mai viste prima e l’economia nostrana sia stata devastata peggio che con una guerra.

3) Benessere ed equità sociale.

Almeno su questo punto, penserete, la Germania starà sicuramente meglio di noi. Mi spiace deludere i filogermanici nostrani, ma anche qui la Germania è maglia nera d’Europa, altro che maestrina. Lasciamo parlare i dati: in Italia il 10% della popolazione detiene il 50% della ricchezza ed il 50% della popolazione possiede il 10% della ricchezza. In Italia, quindi, sembrebbere che la ricchezza sia concentrata nelle mani di pochissimi superbenestanti. Bene: in Germania, il 10% della popolazione possiede il 60% della ricchezza ed il 20% della gente arriva ad averne addirittura l’80%. L’indice di Ginni al riguardo è emblematico: quello tedesco è 0,8 (1 significa che tutta la ricchezza è nelle mani di una sola persona), ed è il più alto d’Europa. Quindi, quanto ad equità sociale e benessere, la Germania è messa piuttosto male. D’altra parte non può essere diversamente, con 7.000.000 di lavoratori a 450 euro al mese ed il 20% di lavoratori poveri (ovvero che percepiscono uno stipendio inferiore al 60% di quello mediano). Secondo BCA Research, le disuguaglianze tra redditi e la povertà sono cresciute in Germania più che in tutti gli altri paesi europei. Che la Germania sia un paese di poveri è testimoniato dal fatto che la quota di domanda interna sul PIL è crollata del 10% negli ultimi 12 anni (Adam Posen, Institute for international economics).

Bene.

Non vogliamo tediare ulteriormente il lettore: ce n’è abbastanza per affibbiare il cappello d’asino alla Germania ed a tutti i suoi sostenitori. Come ha ben sintetizzato Wolfgang Munchau più volte sul Financial Times, la Germania è cresciuta impoverendo la sua popolazione e puntando tutto sulle esportazioni con la svalutazione interna. Il sistema funziona solo se sei l’unico a farlo, ma se altri ti imitano o tu stesso lo imponi come ricetta a chi ti sta intorno, otterrai solo di abbassare il benessere e la ricchezza di tutta la popolazione ed alla fine entrerai in recessione tu stesso (e la Germania è già in recessione tecnica) e il risultato finale sarà il disastro per tutti.

Forse sarebbe il caso che gli italiani, dai politici in giù, iniziassero ad essere meno provinciali e soprattutto a scrollarsi di dosso il senso di inferiorità che abbiamo nei confronti della Germania. Anche perchè, se siamo così incapaci, come mai la Germania compra le nostre aziende e per far funzionare le sue si affida agli italiani? (due esempi su tutti: Walter Da Silva è a capo di tutto il design Volkswagen e la Mercedes che ha dominato il mondiale di F1 2014 è stata progettata da Aldo Costa, silurato in Ferrari per far posto ad una pletora di tecnici stranieri, coi risultati fallimentari che sono sotto gli occhi di tutti, grazie al nostro stupido provincialismo).

L’Italia ha le carte ben più in regola della Germania, ma dobbiamo far valere le nostre ragioni e questo non potrà mai accadere fino a quando gli stessi italiani saranno convinti del contrario.

Piccola postilla finale: vi ricordate quando Berlusconi iniziò a dire che la Germania non poteva comandare sull’intera Europa? Nel giro di qualche settimana fu spazzato via dalla speculazione sul debito pubblico italiano, partita, guarda caso, dalla Germania. Da allora, i successivi tre primi ministri e l’uscente presidente della repubblica sono sempre stati ben attenti a non irritare Berlino. Poi si parla ancora di democrazia in Italia...

Luca Campolongo

Fonti: www.propublica.org,

D. Joshi, “German assets to sell... And to buy”, BCA European Investment Strategy, weekly report, Montreal, BCA Research, 25 luglio 2013

F. Schneider, “The shadow economy and tax evasion: what do we (not) know?”, in CESifo Forum, 13,2 pp. 3-12,

V. Giacchè, “Anschluss, l’annessione”, Imprimatur editore

http://vocidallestero.it/2014/11/16/munchau-la-stravagante-economia-delluniverso-parallelo-della-germania/


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