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Max Parisi

ANALISI DI LUCA CAMPOLONGO / COMPRARE BTP E' COME ACQUISTARE UNA CASA CON UNA BOMBA PRONTA A ESPLODERE NELLE FONDAMENTA

mercoledì 12 novembre 2014

Acquistereste una casa con una bomba pronta ad esplodere in qualsiasi momento? No? E allora come mai continuate a comprare i titoli di stato italiani, in particolare i BTP decennali, che oltretutto rendono un misero 2,5%?

Sì, lo sappiamo, il direttore di banca vostro amico ed il promotore finanziario vi hanno detto che è un vestimento a rischio zero, che la tassazione è favorevole rispetto ad altri tipi d’investimento e, dulcis in fondo, che potete venderlo quando volete. Ecco, delle tre argomentazioni, l’unica vera ed incontrovertibile è la terza, mentre le altre due sono alquanto opinabili. Vediamo ora perché.

Immaginiamo di aver acquistato oggi un BTP durata 10 anni che renda il 2,5%, con un tasso d’inflazione dello 0% (in realtà il tasso è negativo, ma facciamo le cose un po’ più semplici). Ora, per stessa ammissione del governatore della BCE, l’inflazione è troppo bassa, per cui il suo obiettivo è di riportarla intorno al 2%. Cosa accadrà ai titoli di stato? Semplice, le nuove emissioni, mediamente, renderanno circa un 2% in più di quelle di oggi. Perché questo aumento del tasso d’interesse? Perché la gente vuole il cosiddetto premio al rischio, ovvero un rendimento rispetto al tasso d’inflazione. Quindi è lecito attendersi un aumento del tasso d’interesse sui nuovi BTP di una percentuale pari all’inflazione.

E al BTP che ho acquistato oggi cosa accadrà? Essendo a tasso fisso, io perderò un 2% di guadagno rispetto a quelli nuovi per ogni anno che manca alla scadenza (se ipotizziamo che manchino 9 anni, il conto è presto fatto 9X2=18% di interessi persi).

“Però il mio amico ha detto che posso venderlo quando voglio, per cui lo vendo e mi prendo quello nuovo che rende di più” Vero che puoi venderlo, ma il mercato, che non è stupido, ti risponde: “Certo che acquisto il tuo BTP, ma siccome rende il 2% in meno di quelli nuovi, ti sconto il prezzo di vendita del tasso che perdo prendendo il tuo e non quello nuovo, così io guadagno come se prendessi quello nuovo”. Nel nostro esempio, quindi, il prezzo di vendita sarà: 100 – (9X2)=82. Quindi, avremo una perdita in conto capitale di 18. E questo accadrà anche nel caso che si debba vendere il titolo per necessità.

Ovviamente la perdita in conto capitale tenderà a ridursi per ogni anno che mi tengo il titolo in pancia, ma tanto me la porterò a casa dal lato degli interessi (a meno che poi i tassi non scendano di nuovo).

Naturalmente accadrebbe il contrario in caso di tassi in forte discesa, ma con un’inflazione così bassa è un’ipotesi alquanto irrealistica.

Con questo esempio abbiamo quindi visto come il BTP NON sia a rischio zero anche nel caso che lo stato non faccia default.

Tuttavia, se il paese rimane in deflazione, il debito pubblico continuerà ad aumentare in modo automatico, raggiungendo prima o poi (più prima che poi) il punto di insostenibilità. A quel punto, il fallimento, anche se i tecnici preferiscono chiamarlo default, probabilmente perché termine più “esotico”, sarà inevitabile, come inevitabile sarà la ristrutturazione del debito.

Cosa significa ristrutturazione del debito? Molto semplice: lo stato deciderà di tirare un rigo su una parte più o meno grande del debito contratto dicendo agli investitori: “Scusate, abbiamo scherzato. Ci avete dato 100? Dai, facciamo che vene diamo 60” Praticamente il famigerato “hair cut”, il taglio dei capelli degli investitori. Qualcuno potrebbe obiettare che lo stato non potrebbe mai fare una simile porcata. Andate a chiederlo a chi aveva titoli di stato argentini  o greci. L’alternativa sarebbe una bella patrimoniale, il che farebbe solo cambiare il nome alla “tosatura” del parco buoi.

Visto che, a quanto è evidente, i BTP non sono proprio così sicuri, come mai banche e promotori finanziari stanno spingendo i clienti ad acquistarli, magari “vestiti” da fondi comuni d’investimento con possibilità di investimento fino all’80 o 90% del proprio portafoglio in titoli di stato? Semplice, perché come sempre quando una bolla speculativa è arrivata a livelli pericolosi, banche ed operatori finanziari si sbarazzano della bomba cedendola benignamente ai risparmiatori privati, non a caso chiamati amichevolmente “parco buoi”.

Vediamo ora un ultimo passaggio: cosa accadrebbe ai nostri BTP in caso di fine dell’euro? La risposta è semplice: esso verrebbe convertito nella nuova valuta in base al rapporto di cambio definito. Se, per ipotesi, venisse applicato lo stesso tasso che venne usato con l’introduzione, 10.000 euro di BTP diverrebbero 19.362.700 nuove lire.  Per quanto riguarda possibili perdite in conto capitale o in conto interessi varrebbero i discorsi detti in precedenza in base al variare dei tassi dei nuovi BTP.

Abbiamo cercato di rendere il più comprensibile possibile argomenti tecnici di per sé semplici, ma spesso ammantati di mistero dagli addetti ai lavori con termini quali “duration”, “spread”, ecc. e soprattutto di far comprendere agli investitori domestici come il BTP non sia, a dispetto di quanto viene spesso detto, un investimento a zero rischi e che mai come in questa fase del ciclo economico, sia opportuno starne alla larga.

Luca Campolongo

www.sosimprese.info

consulenza@sosimprese.info


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