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Max Parisi

AL LAVORO, MA COL TEMPO PER SPEDIRE 13.404 SMS A CARICO DELLA DITTA CHE LO LICENZIA MA LA CASSAZIONE LO FA RIASSUMERE...

martedì 7 maggio 2013

Roma - Dipendente Telecom mando' piu' di tredicimila sms dal cellulare d'ufficio ma non sara' licenziato. Il provvedimento, dice la Cassazione, sarebbe eccessivo. La sezione Lavoro, bocciando il ricorso della Telecom, ricorda inoltre che la legge Fornero introdotta con la legge 92 del 2012 non e' "immediatamente applicabile" ai procedimenti in corso.

Il caso analizzato dalla Suprema Corte riguarda un dipendente Telecom, Giacomo L. che il 28 luglio 2001 si era visto licenziare dall'azienda per i messaggini privati inviati con il telefonino dell'ufficio: gli sms - registra la sentenza 10550 - erano stati 13.404 per un costo di oltre tre milioni di vecchie lire. Va detto, come annota ancora la Suprema Corte, che il dipendente si era sempre reso disponibile a rimborsare le telefonate fatte e che la Telecom, hanno sempre fatto notare i giudici dei precedenti gradi di giudizio, avrebbe avuto modo di controllare le telefonate private del dipendente. Da qui la reintegra del lavoratore come gia' aveva disposto la Corte d'appello di Napoli, nel 2010, evidenziando che "si era trattato di comportamenti senza raggiri" data la facile verificabilita' degli invii per l'azienda. 

Inutile il ricorso della Telecom in Cassazione che, fra l'altro, si e' appellata alla legge Fornero sui licenziamenti. Piazza Cavour ha respinto la tesi difensiva e ha evidenziato che "per quel che riguarda la dedotta applicabilita' di nuova disciplina introdotta dalla legge Fornero, sul rilievo che, in mancanza di disposizione transitoria, il nuovo testo dell'art. 18 sarebbe immediatamente applicabile, la Corte non condivide la ricostruzione operata".

La Cassazione spiega infatti che "con la legge n. 92 e' stata introdotta una nuova e complessa disciplina dei licenziamenti che a'ncora le sanzioni irrogabili per effetto della accertata illegittimita' del recesso a valutazione di fatto incompatibili non solo con il giudizio di legittimita' ma anche con una eventuale rimessione al giudice di merito che dovra' applicare uno dei possibili sistemi sanzianatori conseguenti a qualificazioni del fatto". Un diverso ragionamento, dice ancora la Cassazione, sarebbe in contrasto sia con i principi sanciti dalla Carta Costituzionale che dall'art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo.


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