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Max Parisi

''IL VERO GRANDE MALATO D'EUROPA NON E' LA FRANCIA, E' LA GERMANIA, CHE SI CONSIDERA UN MODELLO PER IL MONDO'' (PRITCHARD)

venerdì 10 ottobre 2014

LONDRA - Il Canale Kaiser Wilhelm a Kiel si sta sbriciolando. Lo scorso anno le autorità locali hanno dovuto chiudere il collegamento tra il Baltico e il Mare del Nord per due settimane, una cosa che non era mai successa nemmeno durante le due guerre mondiali. Le chiuse avevano ceduto.

Le grandi navi sono state costrette a circumnavigare lo Skagerrak, con l’imposizione di sovrapprezzi d’emergenza. Il canale è stato chiuso nuovamente il mese scorso perché le cateratte non funzionavano, danneggiate dalla costante pressione delle pale d’elica. È una saga interminabile di problemi, il risultato di aver tagliato all’osso gli investimenti, e di aver ridotto i fondi di manutenzione da 60 miliardi di euro a 11 miliardi di euro l’anno nel 2012. 

Questo è un modo piuttosto strano di mantenere il corso d’acqua più trafficato del mondo, che vede il passaggio di 35.000 navi ogni anno, e così importante per il Porto di Amburgo. È ancora più strano se si considera che lo Stato tedesco può prendere denaro in prestito per 5 anni ad un tasso di interesse dello 0,15%. Tuttavia questa è la politica economica della Germania, che adora il falso dio del pareggio di bilancio.

La Bundestag si sta finalmente rendendo conto della follia economica di tutto questo. Ha approvato 260 milioni di euro di finanziamento per ristrutturare il canale nel corso dei prossimi cinque anni. Tuttavia gli esperti sostengono che ci vuole 1 miliardo, per uno degli innumerevoli progetti che implorano denaro sulle  infrastrutture malridotte di un paese che ha dimenticato come si investe, e avanza come un sonnambulo verso il declino.

La Francia può sembrare il malato d’Europa, ma i guai della Germania sono ancora più gravi, e sono radicati nel dogma mercantilista, nella adorazione del risparmio per amore del risparmio, e nella corrosiva psicologia dell’invecchiamento.

“La Germania si considera il modello per il mondo, ma l’orgoglio precede la caduta,” dice Olaf Gersemann, capo economista di Die Welt, in un nuovo libro, “La Bolla Tedesca: L’Ultimo ‘Hurrà!’ della Grande Economia di un Paese.” Gersemann dice che il secondo Wirtschaftswunder  – o “Miracolo Economico” – dal 2005 in poi ha “dato alla testa alla Germania”. Il paese ha confuso una convergenza di eventi eccezionali per una  ascesa perenne. Non può continuare a vivere sulle esportazioni di beni d’investimento verso la Cina e i BRICS, perché questi hanno raggiunto il limite, né può continuare a battere sul tempo l’Europa del sud attraverso la compressione salariale, in un gioco a somma zero.

Marcel Fratzscher, capo del German Institute for Economic Research (DIW), nel suo nuovo libro, “Die Deutschland Illusion” – non c’è bisogno di traduzione - fa una critica parallela (di gusto più keynesiano). E' una bordata contro il feticismo fiscale del ministro delle finanze Wolfgang Schauble, ora sancito nella costituzione come legge del pareggio di bilancio a partire dal 2016, rendendo quasi impossibile superarlo. È l’autoinganno di un paese che “riposa sugli allori”, prigioniero della “fallacia della famiglia” secondo cui le economie sarebbero come i bilanci familiari, e falsamente rassicurato dall’inopportuna adulazione che riceve dagli stranieri, i quali raramente guardano cosa c’è sotto il cofano del motore tedesco.

Il Fondo Monetario Internazionale questa settimana ha garbatamente spronato Berlino a fare la sua parte in una economia mondiale che annaspa per la mancanza di domanda, se non altro per il suo stesso bene. “La Germania potrebbe permettersi di finanziare gli investimenti pubblici decisamente necessari per le sue infrastrutture, senza violare le regole fiscali,” ha scritto. In aggiunta, il FMI ha sostenuto che c’è una probabilità del 40 percento di una terza recessione nell’eurozona entro i prossimi mesi, e una probabilità del 30 percento di deflazione.

L’economia tedesca si è già fermata. Nel secondo trimestre la produzione si è contratta. Ad agosto gli ordini industriali sono diminuiti del 5,7 percento. In un report che esce venerdì, i “Cinque Saggi” del consiglio economico tedesco hanno rivisto al ribasso le prospettive di crescita del paese, all’1,2 percento per il prossimo anno.

Il professor Fratzscher accusa l’elite tedesca di aver perso la testa su tutti gli aspetti più importanti. Gli investimenti sono caduti dal 23 al 17 percento del PIL dall’inizio degli anni ’90. Gli investimenti pubblici netti sono negativi da 12 anni.

La crescita media è stata dell’1,1 percento dall’inizio del decennio, piazzando la Germania alla 13esima posizione su 18 nell’eurozona (nonché 156esima su 166 paesi del mondo negli ultimi 20 anni). Questa debolezza cronica è stata mascherata da una crescita leggermente migliore a partire dalla crisi Lehman, e dalle dinamiche tra paesi debitori e creditori nella crisi dell’eurozona. La Germania sembra in salute solo perché mezza Europa sembra moribonda.

Le riforme Hartz – così largamente elogiate come il fondamento della competitività tedesca, e ora imposte a forza all’Europa del sud – non hanno aumentato la produttività, la vera misura per valutare una riforma del lavoro. I dati OCSE mostrano che la crescita della produttività tedesca si è arrestata allo 0,3 percento all’anno nel periodo tra il 2007 e il 2012, in confronto allo 0,5 percento della Danimarca, lo 0,7 percento dell’Austria, lo 0,9 percento del Giappone, l’1,3 percento dell’Australia, l’1,5 percento degli USA e il 3,2 percento della Corea. La Gran Bretagna è andata in negativo, certo, ma non è un buon termine di riferimento.

Il professor Fratzscher dice che l’effetto principale è stato quello di permettere alle imprese di comprimere i salari attraverso l’arbitrato sul lavoro. I salari reali sono caduti ai livelli della fine degli anni ’90. L’eredità delle riforme Hartz è un sottoproletariato di 7,4 milioni di persone che vivono di “mini-job”, lavori part-time esentasse fino a 450 euro al mese. Questo appiattisce il tasso di disoccupazione, ma la Germania è diventata una società divisa, con più disuguaglianza che in qualsiasi altro momento della sua storia moderna. Un quinto dei bambini tedeschi crescono in povertà.

Philippe Legrain, ex top economist alla Commissione Europea, dice che il modello economico tedesco “beggar-thy-neighbour” funziona reprimendo i salari per sussidiare le esportazioni, a beneficio delle élite del grande capitale. Questo è “disfunzionale”, e più i funzionari UE tentano di estendere questo modello all’eurozona, più pericoloso questo diventa.

I flussi di capitale all’interno dell’eurozona sono stati una forma di vendor financing (acquisti finanziati dal venditore, ndt) per chi comprava i beni tedeschi, ma dovrebbe essere ovvio che un assetto di questo tipo alla fine deve raggiungere un punto di rottura – sia per la Germania che per l’eurozona – se la Francia e l’Italia si piegano alle richieste e seguono Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda nella deflazione salariale. L’Europa sta già scivolando lentamente in un vortice di contrazione, ripetendo gli errori del Gold Standard negli anni ’30. Ripeterli ancora  sarebbe disastroso.

Questo è un profondo fallimento delle politiche pubbliche che sono state condotte per decenni. Le politiche fiscali e le strutture sociali hanno incoraggiato il collasso del tasso di fertilità. La mancanza di investimenti ha aggravato l’errore. Entro i prossimi cinque anni diventerà sicuramente ovvio a tutti che la Germania è in profonda difficoltà, e un bilancio pubblico in pareggio non fornirà alcuna attenuante. Entro 10 anni, la Francia sarà la forza dominante nell’Europa continentale.

La Germania deve muoversi con grande cautela. Come sostiene Gersemann nel suo libro, la Germania sta godendo gli ultimi giorni di un dividendo demografico particolarmente sostenuto, che presto si capovolgerà. Il Rapporto sull’Invecchiamento della Commissione Europea (2012) afferma che la forza lavoro in Germania si ridurrà di 200.000 unità all’anno durante questo decennio. La proporzione di anziani dipendenti balzerà dal 31 percento del 2010 al 36 percento nel 2020, al 41 percento nel 2025, al 48 percento nel 2030, al 57 percento nel 2045, il che equivale al suicidio nazionale.

 

Articolo scritto da Ambrose Evans Pritchard per The Telegraph - e tradotto da Voci dall'estero - che ringraziamo. 

 

Link originale:

http://www.telegraph.co.uk/finance/comment/ambroseevans_pritchard/11150306/German-model-is-ruinous-for-Germany-and-deadly-for-Europe.html 

  


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