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Max Parisi

L'IDEONA DEL GOVERNO: FACCIAMO PAGARE L'IVA NON A CHI VENDE, MA A CHI COMPRA! (ESCLUSO IL CONSUMATORE FINALE) SERVE? NO!

venerdì 3 ottobre 2014

Potrebbe sembrare l'uovo di Colombo. Ma per il fisco sarebbe una piccola rivoluzione blocca evasione, in grado di stroncare alcuni dei raggiri tributari piu' insidiosi come le frodi carosello. Il governo sta infatti valutando la possibile introduzione del ''reverse charge'' per l'Iva, una sorta di inversione delle regole per il versamento dell'imposta piu' evasa.

Ora a versare e' il venditore, che fattura e poi paga al fisco. In futuro, nell'ipotetica ''filiera'' per la cessione di un bene, sara' l'acquirente (tranne quello finale), con un'autofattura. Finira' cosi' quella sorta di meccanismo a ''scaricabarile'' nel quale, tra pagamenti e compensazioni, l'Iva pesa alla fine solo sul consumatore finale. Il meccanismo tecnico e' meno complesso di quel che si pensa e, per il consumatore finale, non cambierebbe nulla perche' nell'ultimo passaggio spetterebbe al commerciante il versamento sia della quota di Iva sull'acquisto del bene sia sulla vendita finale. Per il fisco, invece, cambierebbe molto.

Si bloccherebbero infatti alcune forme di evasione piuttosto diffusa e ci sarebbe anche una semplificazione tributaria, eliminando la formazione di crediti fiscali. L'erario ne beneficerebbe. I conti li ha fatti il Nens - il centro studi del quale e' anima fiscale l'ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco - stimando recuperi possibili fino a 7,4 miliardi, con il reverse charge sulle ''cessioni intermedie'', oppure fino a 6,4 miliardi nel solo settore del commercio.

Ma come funziona ora e come potrebbe funzionare? Ora il produttore vende la merce con l'Iva che incassa e versa, l'intermediario paga la merce con l'Iva e la rivende applicando l'Iva all'acquirente successivo, ma prima andare alla cassa del fisco deve vedere se ha un debito o se tra Iva-acquisto e Iva-vendita vanta un credito. Cosi' la filiera prosegue fino alla fine, quando l'acquirente finale paga l'importo piu' alto e la relativa Iva che pero' viene versata dal commerciante. Il reverse charge ''rovescia'' il concetto. A versare concretamente l'Iva non e' piu' chi vende ma chi acquista, con una sorta di autofattura sul venditore (che quindi non potra' piu' far finta di non aver venduto la merce). Solo nell'ultimo passaggio il commerciante paga l'Iva sull'acquisto e l'ulteriore quota che applica sulla vendita. Il meccanismo del ''reverse'' e' gia' applicato: ad esempio per il settore degli appalti e per le cosiddette ''operazioni intracomunitarie'' nelle quali - per convenzione - l'Iva si paga nel paese del destinatario della merce. La sua introduzione potrebbe anche essere parziale: solo alle operazioni intermedio o a quelle del solo settore commerciale.

Ovviamente si eviterebbe una perdita di Iva durante i vari passaggi della merce ma soprattutto si bloccherebbero le frodi carosello realizzate con 'cartiere', cioe' con societa' che emettono fatture e poi scompaiono, dando la possibilita a tutte le altre societa' della filiera di vantare crediti fiscali (o di scaricare l'Iva al passaggio successivo). Per le modifiche, essendo l'Iva un'imposta cosiddetta ''comunitaria'', sara' comunque necessario dialogare con Bruxelles. I rischi? E' che l'evasione ''da contatto'' sul consumatore finale non ne risenta. Ma a limitare questo rischio arriverebbe una stringente fatturazione elettronica. Cosi' i controlli sarebbero in tempo reale e si aprirebbero spazi anche per semplificare, con automatismi dei pagamenti on line, il versamento dell'imposta sul valore aggiunto.

E sempre sul tema dell'IVA, c'è uan dura presa di posizione della Confederazione Italiana agricoltori sui ventilati aumenti "automatici" previsti nella Legge di Stabilità. "E' profondamente sbagliato anche solo pensare di aumentare l'Iva agevolata al 4% e al 10%. In una fase come quella attuale, con i consumi sottoterra e piu' di 15 milioni di famiglie gia' costrette a tagliare su cibo e sanita', un incremento dell'Iva su beni cosi' primari avrebbe conseguenze drammatiche".

Lo afferma la Cia-Confederazione italiana agricoltori, in merito all'ipotesi ventilata nella nota di Aggiornamento al Def che per il 2016 prevedrebbe una clausola di salvaguardia con un aumento dell'Iva e delle imposte dirette pari a 12,4 miliardi al fine di garantire il pareggio di bilancio. Stante i bilanci in sofferenza delle famiglie, aggiunge la Cia, "oggi un nuovo aggravio dovuto all'aumento dell'Iva non sarebbe affatto sostenibile.

Ma anche per le imprese, in primis quelle agricole, il rischio sarebbe molto alto: meno consumi vuol dire meno introiti e quindi meno produzione e occupazione sul lungo periodo". "Ecco perche' il governo deve capire che non e' questa la soluzione per rimettere i conti a posto e far ripartire il Paese - conclude la Cia - D'altro canto, non c'e' alcuna possibilita' di ripresa economica attuando misure che abbattono ancora di piu' i consumi domestici".

Redazione Milano


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