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Max Parisi

NOMISMA AFFONDA L'UNIONE EUROPEA! ''LE POLITICHE ECONOMICHE HANNO FALLITO, QUESTO E' IL TERZO ANNO DI RECESSIONE''

mercoledì 10 settembre 2014

Il 2014 non e' l'anno della ripresa, come stimavano le previsioni, ma probabilmente il terzo di recessione per l'economia italiana e i provvedimenti europei di politica economica non hanno raggiunto i risultati auspicati. E' questo uno dei focus che emergono dallo Scenario predisposto dal Capo Economista di Nomisma Sergio De Nardis per la newsletter mensile dell'Istituto.

La recessione, sostiene Nomisma, "ha una sola causa: la caduta della domanda aggregata" e "su questa avrebbero dovuto intervenire le misure per la ripresa a livello europeo - basate su una politica monetaria espansiva, consolidamento fiscale e riforme strutturali - che hanno invece sospinto i paesi verso una pericolosa trappola di stagnazione e deflazione". Il "fallimento deriva dall'impotenza della politica monetaria rivelatasi non adatta a sostenere il ciclo economico in una situazione in cui i tassi di interesse reali - necessari per promuovere la ripresa - sono divenuti probabilmente negativi, andando oltre la portata della Banca centrale.

Una situazione che richiederebbe la creazione di aspettative inflazione, mentre invece la dinamica dei prezzi e' andata in direzione opposta, in costante calo, allontanandosi dall'obiettivo del 2%", prosegue lo Scenario.

Tra gli economisti, sottolinea lo studio di Nomisma, "vi e' ormai una diffusa consapevolezza di questo fallimento e aumenta il consenso nei confronti di un disegno nuovo, radicale che miri fare uscire dalla stagnazione". Tale alternativa prevede che alle misure monetarie non convenzionali - applicate in modo incisivo dalla Bce solo a partire da quest' estate - di immissione della liquidita', si affianchino "forti politiche espansive volte a una riduzione della pressione fiscale e all'aumento degli investimenti pubblici (in infrastrutture a rete, ricerca, istruzione), da realizzare in deficit e in maniera coordinata tra i paesi europei" e l'entita' dello stimolo fiscale "dovrebbe essere ben piu' consistente di quanto prevedono i piani di cui si parla gia' da mesi in Europa; prendendo a riferimento il cosiddetto piano Junker (300 miliardi in tre anni per l'intera UE), l'entita' dello sforzo dovrebbe avere una dimensione almeno doppia: un'azione toppo timida su questo fronte potrebbe rivelarsi inefficace, rendendo vani gli effetti di un'idea potenzialmente valida".

Inoltre, "per eliminare il rischio di contraccolpi dei maggiori disavanzi sui mercati finanziari ed esser certi che la maggiore liquidita' fornita dalla Bce arrivi effettivamente all'economia reale, i provvedimenti da adottare in ambito fiscale e monetario dovrebbero essere applicati in un rapporto di stretta interconnessione fra loro: i deficit pubblici andrebbero finanziati direttamente dalla Bce, con una monetizzazione dell'incremento di debito che aiuterebbe a rivitalizzare l'inflazione e ad abbassare, nella misura necessaria, i tassi di interesse reali in territorio negativo".

"Un simile approccio prevede che le riforme strutturali entrino in vigore solo dopo avere superato la fase di stagnazione e di azzeramento dei tassi di interesse nominali: cio' consentirebbe l'esplicarsi dei benefici di lungo periodo delle riforme, senza incorrere nei costi di breve periodo connessi al rischio di deflazione", afferma lo Scenario. Uno schema alternativo che pero' infrangerebbe "le regole della costruzione europea, da quelle piu' recenti e miopi - come il Fiscal Compact- a quelle che sin dall'inizio hanno imposto il divieto per la Bce di finanziare direttamente i debiti pubblici, o hanno strutturato le modalita' di funzionamento dell'Unione, come il Patto di Stabilita' e Crescita".

Per il Capo Economista di Nomisma quindi sarebbe "opportuno chiedersi se le norme europee attualmente in vigore non siano da forzare, trattandosi di regole stabilite e sottoscritte quando non si sarebbe mai pensato che il drammatico arretramento della domanda, registratosi negli anni Trenta e amplificato da errori di politica economica, si sarebbe potuto ripetere in termini ancor piu' gravi. L'esito disgregante di quell'esperienza dovrebbe servire a sollecitare iniziative ben piu' radicali e consistenti di quelle attualmente in discussione nelle riunioni europee"


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