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Max Parisi

ANALISI / LA CRISI DELLA ZONA EURO NON E' SOLO COLPA DELLA VALUTA UNICA EUROPEA: E' IL FALLIMENTO DEL ''MODELLO TEDESCO''

giovedì 10 luglio 2014

Qualche giorno fa è arrivata la notizia, passata abbastanza in sordina sui media nazionali, del nuovo calo della produzione industriale tedesca, il terzo consecutivo. Il dato ha destabilizzato gli analisti, che si attendevano un andamento stabile o, addirittura, un segno positivo. Questo porterà a rivedere anche la stima annuale di crescita del PIL.

Questi dati, se sommati alla stagnazione ormai pluriennale dei consumi tedeschi, fanno suonare più di un campanello di allarme sul modello di sviluppo adottato dalla Germania dal 2003 in poi. Modello che il cancelliere Merkel ha imposto con la forza della speculazione a tutta l’eurozona.

Di che modello stiamo parlando? Di quello sviluppato da Peter Hartz per conto dell’allora cancelliere socialista Gerhard Shroeder e mantenuto, anzi ampliato, da Angela Merkel.

Chi è Peter Hartz? Presto detto, un ex manager di Volkswagen che ha patteggiato una condanna per corruzione: ai tempi della sua dirigenza nella casa automobilistica, infatti, ha pagato e sovvenzionato i dirigenti sindacali affinchè gli lasciassero “carta bianca” nelle relazioni industriali. 

La visione che Hartz ha della società è quanto meno singolare: per lui la famiglia ed il singolo cittadino devono essere considerati come “micro imprese” le quali devono essere in grado di generare profitti e mantenersi in equilibrio. Secondo la sua visione, se un cittadino non è in grado di essere autosufficiente, dovrebbe  trarne le dovute conseguenze ed essere dismesso come si fa con un macchinario obsoleto (si leggano al riguardo gli studi del prof. Gallino). Vi ricorda nulla questa visione? Esatto, proprio quella imperante ai tempi del III Reich. E difatti le riforme attuate nell’ultimo decennio in Germania sul fronte del mercato del lavoro hanno puntato proprio a questa visione, con milioni di lavoratori tedeschi sottopagati con contratti part-time, in realtà a tempo pieno, ed una costante, massiccia, dequalificazione anche dei ruoli più elevati.

La grande competitività della Germania dell’ultimo decennio è derivata esclusivamente dall’autosfruttamento del lavoro interno, ovvero la tanto amata da parte degli economisti “svalutazione interna”, che si attua in questo modo: alta disoccupazione, taglio di salari e garanzie sindacali, aumento della produttività, bassi consumi interni, forti esportazioni. Non a caso la Germania continua a sforare i parametri ue sull’export, ma nessuno ha nulla da ridire.

Tuttavia questo meccanismo di autosfruttamento, può reggere e funzionare solo nessun altro lo mette in pratica, altrimenti i mercati di esportazione si bloccheranno e tutti si ritroveranno più poveri di prima senza alcun vantaggio pratico.

La Germania, le guerre le ha sempre iniziate, ma non le ha mai vinte, ed il motivo è da ricercare nell’ottusa mentalità del popolo germanico, incapace di una seria ed attenta visione strategica. I tedeschi hanno saputo pianificare con aberrante maestria la deportazione degli ebrei, ma non hanno saputo prevedere le conseguenze delle loro azioni, ripetendo errori già compiuti da altri in passato (vedasi l’attacco all’Inghilterra ed alla Russia).

E anche in questa guerra economica, iniziata da loro nel 2008 con la speculazione ai danni dell’Italia, sono andati avanti con assurda pervicacia nelle loro convinzioni, portando la distruzione prima in Europa ed ora in casa propria. Perché dico questo? Perché il calo della produzione industriale tedesca è solo ed esclusivamente colpa della miope, arrogante, assurda politica europea condotta da Berlino: se imponi il taglio dei consumi a tutte le altre nazioni, prima o dopo anche tu andrai in recessione. Questo concetto così basilare non è stato minimamente capito da Merkel e dai suoi consiglieri.

Non ne siete convinti? Bene, l’Italia era il secondo mercato estero per le vetture di lusso prodotte in Germania dopo gli USA: il crollo del PIL italico ha ovviamente condotto ad una contrazione della domanda di beni di lusso, con relativo crollo dei marchi premium teutonici. Evidentemente i tedeschi erano convinti di poter annientare il sistema produttivo italiano senza subirne i contraccolpi, magari spostando l’export verso la Cina, ma hanno sbagliato clamorosamente i conti. Non solo il mercato cinese ha iniziato a dare segni di rallentamento, ma sono nati costruttori locali, come Quros, che sono entrati nel mercato premium con prodotti validi ed a prezzi più bassi di quelli tedeschi (ironia della sorte, il management di Quros è quasi interamente europeo e proveniente proprio dalle case automobilistiche tedesche).

Il re è nudo, il modello tedesco sta mostrando tutte le sue inefficienze ed i suoi presupposti totalmente sballati, ma affascina ancora gran parte dei politici europei (le “famose” riforme renziane non sono altro che le leggi Hartz in salsa pummarola, quindi ancora peggiori).

Cosa ci riserverà il futuro? Se non interverrà una drastica revisione della mentalità imperante in Germania e di riflesso in Europa, ci avvieremo ad una lunga, lunghissima stagnazione con alta disoccupazione, bassi consumi ed uno stato sociale smantellato.

I tedeschi, quando imboccano una strada, non arretrano di un passo, la seconda guerra mondiale ce lo insegna. L’unica speranza è che per l’ennesima volta l’Inghilterra prenda in mano l’iniziativa abbandonando la ue ed avviando quella reazione a catena che potrebbe portare alla fine del IV reich vestito da unione europea.

Luca Campolongo


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