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Max Parisi

DIBATTITI / ANALISI DEFINITIVA SU EURO E EUROPA, COSA E' ACCADUTO E COSA CI ASPETTA SE L'EURO CONTINUERA' AD ESISTERE.

sabato 17 maggio 2014

Questa crisi, la più lunga e profonda dall'Unità d'Italia, non finirà, se non uscendo dall'euro che ne è la causa, riconosciuta da TUTTI gli economisti, e riprendendo la piena sovranità monetaria e l'intervento dello Stato nell'economia, applicando il dettato Costituzionale.

La crisi è dovuta agli squilibri commerciali tra i paesi dell'eurozona, è di DEBITO PRIVATO ESTERO, come riconosciuto da TUTTI, compresa la BCE. L'Irlanda, prima ad essere colpita, aveva debito pubblico al 25% nel 2007, dopo i salvataggi delle banche PRIVATE è ora al 124%. 

Chi parla di crisi causata dal debito pubblico ha ben altri interessi che risolverla, e soprattutto non fa gli interessi dell'Italia e degli italiani. Chi parla della corruzione omettendo che questa non incide sulla crescita economica, come provano Cina o la stessa Germania la cui Siemens è stata condannata alla multa più alta della storia per corruzione internazionale, compie la stessa disinformazione di chi ha pagato le rivolte arabe e ucraine per eliminare governi eletti.

Chi parla di “mafie” in un contesto di libera circolazione dei capitali, senza controllo, e toglie allo Stato gli strumenti, e le risorse per le forze dell'ordine, non fa gli interessi della società. Chi parla dei costi della politica intende limitare la democrazia in favore dell'oligarchia finanziaria.

Nell'eurozona c'è un unico grande creditore, la Germania, che ha prestato sconsideratamente, attuando, nel 2002, una svalutazione competitiva interna (tagliando stipendi e precarizzando il lavoro – le “riforme” - e ha 10 milioni, il 25%, di lavoratori poveri); ha così impedito l'acquisto di merci estere e tenuto bassi i prezzi, e impedito la redistribuzione del reddito tra i suoi cittadini. Anche quest'anno il suo surplus commerciale è di 200 miliardi, a fronte di una crescita economica ridicola (in media 0,63% all'anno), grazie all'euro il cui valore è tenuto basso (per lei) dalle economie fragili degli altri paesi.

L'Italia ha perso il 10% del PIL, il 25% della produzione industriale, il 30% degli investimenti: è una catastrofe, numeri da Paese in guerra. Nonostante questo si chiede allo Stato di ridurre la spesa pubblica, una delle più basse dell'UE, invece di agire a sostegno dell'economia e della vita delle persone come richiederebbe la razionalità economica e come è scritto nella nostra Costituzione. 

Ricordiamo che da ormai 25 anni l’Italia chiude il proprio bilancio con un avanzo primario (il bilancio è in avanzo se non si contano gli interessi! ndVdE), ma che è costretta a nuove emissioni per coprire il deficit che deriva dal costo degli interessi. Una situazione che ha origine nel 1981, quando con una decisione che non ebbe alcun avallo parlamentare fu deciso il famigerato “divorzio” fra Tesoro e Bankitalia, rinunciando così alla possibilità di pagare tassi reali negativi, e dando inizio a una conseguente gigantesca redistribuzione della ricchezza in favore delle rendite e a svantaggio dei redditi. Da allora l’ammontare degli interessi maturati ha raggiunto la cifra di 3.100 mld, di cui i 2.100 dell’attuale debito rappresentano la quota ancora non pagata, sulla quale maturano a loro volta interessi che producono ulteriore debito.

Ricordiamo che nonostante la grave crisi gli Italiani fino al  2013 hanno erogato 50 mld (44 mld ai “fondi salva-stati” ESFS e MES, e 6 mld  erogati bilateralmente) contribuendo al salvataggio non dei paesi in crisi, ma delle banche tedesche e francesi che avevano prestato troppo e male a questi paesi (Grecia, Spagna, Irlanda e Portogallo).

I paesi “bombardati” dall'euro sono: Irlanda, Grecia, Portogallo, Spagna, Cipro, Slovenia, Francia. La Finlandia è in recessione, l'Olanda non garantisce più lo stato sociale, Malta, Belgio sono anch'essi colpiti dalla crisi, l'Austria sta effettuando pesanti salvataggi del sistema bancario con soldi pubblici (la Germania ha speso 300 miliardi € in salvataggi bancari).

In Grecia la crisi ha devastato il Paese, peggio della II Guerra Mondiale: 1/3 della popolazione non ha accesso alla sanità, l'80% dei cittadini di Atene non ha riscaldamento, 700.000 bambini non hanno cibo a sufficienza e accesso alle vaccinazioni, la mortalità neonatale è aumentata del 43%. La Grecia, dopo le “riforme” della Troika (Commissione Europea, BCE e FMI) è ORA tra i paesi “in via di sviluppo”.

Le politiche di austerità prescrivono le “riforme” fallimentari del Fondo Monetario Internazionale: svendita dei beni dello Stato, cioè nostri, privatizzazioni dei servizi e taglio alla spesa pubblica, quindi alla sanità, alle pensioni, alla scuola, taglio agli stipendi, riforme per lo più imposte da regimi totalitari e/o venduti al capitale e alle multinazionali, come quelli di Pinochet, Videla, Menem e Yeltsin.

L'euro ha lo stesso ruolo dei golpes: rimodellare le società in senso oligarchico, togliere la ricchezza del 99% (quella di cittadini e Stati) per convogliarla all'1% più ricco. 

L'euro è la criminale shock economy della “scuola di Chicago” applicata al continente più ricco e socialmente avanzato, che non avrebbero mai accettato di buttare via lo stato sociale e le tutele frutto di decenni di lotte, insieme ai diritti costituzionali, se non fosse stata scientificamente applicata questa dottrina: approfittare di una stato di crisi, reale o indotto, affinché ciò che prima era politicamente improponibile diventi politicamente inevitabile.

L'ideologo dell'UE è von Hayek, fondatore della “scuola di Chicago” da cui è partita la riscossa della scuola liberista che vede nello Stato che regola il capitalismo e nelle Costituzioni Democratiche il nemico da abbattere, in nome dell'internazionalismo del capitale che non vuole confini né regole: un’ideologia reazionaria e totalitaria, diventata dominante, a cui aderisce chiunque difenda l’euro.

La scienza economica aveva previsto, fin dal 1957, che una moneta unica per paesi così diversi avrebbe condotto a gravi crisi. TUTTI SAPEVANO, e lo hanno ripetutamente confessato, che le crisi sarebbero state lo strumento per imporci quanto deciso da “loro”: l'abbandono dei diritti Costituzionali, per primo il lavoro, che nei trattati UE è considerato SOLO merce e quindi soggetto alle leggi della domanda e dell'offerta, MAI un diritto da tutelare.

Nel sistema euro l'aggiustamento della competitività tra i diversi paesi passa dalla svalutazione del lavoro e dal taglio degli stipendi, dalla contrazione della domanda interna, per arginare le importazioni, ma che fa fallire le Piccole e Medie Imprese: si elimina così, di fatto, il diritto al lavoro e alla dignità delle persone su cui si incardina la nostra Costituzione. Le PMI sono svantaggiate dal cambio dell'euro troppo alto - o sono cannibalizzate attraverso il partneriato finanziario. Nel resto del mondo l'aggiustamento della competitività passa dal riallineamento del cambio rispetto alle altre valute secondo la legge della domanda e dell'offerta.

L'UE è nata per favorire la finanza e le multinazionali, ci sono 15.000 lobbisti registrati a Bruxelles (oltre a quelli non registrati): la lotta contro l'euro è quella dei piccoli contro i grandi e l'UE NON è riformabile: per cambiare i trattati ci vuole l'impossibile unanimità di 28 Paesi.

L'art. 11 della nostra Costituzione “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni”: NON parla di “cessione” della sovranità, che appartiene PER INTERO al popolo, compresa quella economica e monetaria, ma soltanto delle “limitazioni” (e in parità con gli altri Stati, mentre la Germania ha assunto il ruolo di comando dell'eurozona), e solo per assicurare pace e giustizia TRA le nazioni, cioé un maggiore benessere, cosa che in eurozona non c'è, e non ci sarà mai, perché il pilastro dei trattati UE NON è la cooperazione/solidarietà tra le Nazioni per il maggior benessere, ma la competizione e il mantenimento del valore della moneta attraverso la svalutazione del lavoro.

Se non ci facciamo sentire niente li fermerà: oltre alla svendita del patrimonio dello Stato, alla svendita delle grandi aziende strategiche come ENI, ENEL e FINMECCANICA a gruppi stranieri, alla delocalizzazione, alla deindustrializzazione dell'Italia, sono pronti l'ERF: lo Stato sarà pignorato delle tasse riscosse e dovrà dare i suoi beni in garanzia del debito pubblico, e il TTIP, accordo di libero scambio con gli USA la cui trattativa è tenuta segreta dalla UE, ma se funzionerà come gli accordi con l'America Latina, significa che le multinazionali imporranno la privatizzazione di servizi come l'acqua e la sanità, le pensioni, il peggioramento delle regole del lavoro, portando a giudizio in arbitrati internazionali gli Stati stessi: l'Argentina è stata condannata a pagare un miliardo di dollari alle multinazionali per NON aver privatizzato l'acqua.

E' ora di dire BASTA a questo immenso trasferimento di ricchezza all'1%. Il tributo di vite umane è troppo alto, si susseguono i suicidi, censurati dall'informazione, acquisita in toto dall'oligarchia, e megafono di politici asserviti che ripetono che non si può uscire dall'euro. 

Possiamo scegliere di non essere schiavi, prima che il processo di distruzione dell'economia divenga irreversibili.

Di questa analisi non c'è traccia nelle formazioni elettorali della cosiddetta sinistra, che si condanna all'irrilevanza e ci condanna all'indigenza. Non ce n'è traccia neanche tra quelli che poco più di dieci anni fa hanno preso (o fatto prendere) delle manganellate per lottare contro il neoliberismo e la globalizzazione di cui l'euro è la faccia assunta in Europa.

In tempi "normali" saremmo lontani politicamente dalla Lega Nord, e dal professor Borghi a cui siamo grati per questa battaglia, oggi sono gli unici che presentano il problema per quello che è, e soluzioni che nel '900 sarebbero state considerate tranquillamente di sinistra: Banca Centrale pubblica dipendente dal Ministero del Tesoro, indicizzazione dei salari, difesa del patrimonio industriale e produttivo del Paese, difesa del diritto al lavoro e della DEMOCRAZIA.

Un gruppo di cittadini di sinistra.


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