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Max Parisi

RENZI FA ANNUNCI A VANVERA: I TAGLI AGLI STIPENDI PUBBLICI VIETATI DALLA CORTE COSTITUZIONALE (SENTENZA DEL 2012)

lunedì 21 aprile 2014

Renzi è un ignorante, nel senso etimologico dell'espressione. Se avesse studiato gli atti della Corte Costituzionale, saprebbe che s'è già espressa sui "tagli" agli stipendi di dirigenti pubblici e magistrati e quindi saprebbe che li ha rigettati quando Giulio Tremonti da ministro dell'Economia del governo Berlusconi fece la medesima cosa che Renzi - per ora - ha annunciato: il taglio degLi stipendi dei vertici della Pubblica Amministrazione.

Di più: i dirigenti a cui furono effettivamente ridotti gli stipendi ottennero il rimborso del taglio più gli interessi. Ma Renzi crede di poter sfanculare la Corte Costituzionale, probabilmente. Può farlo, ma si chiama COLPO DI STATO violare i pronunciamenti della massima assise della Repubblica Italiana.

Ad ogni modo, ecco l'articolo che due anni fa dava la notizia della bocciatura della legge Tremonti sui tagli e delle conseguenze che ha provocato.

Leggiamo:

"Le riduzioni degli stipendi ai grand commis dello Stato, decisa dal decreto legge manovra n.78 del 2010, firmato dall'ex ministro dell'Economia Giulio Tremonti, ha incontrato lo stop della Corte Costituzionale.

La Consulta ha deciso che i tagli agli stipendi dei dirigenti (del 5% tra i 90 e 150mila euro e del 10% per la parte eccedente ai 150mila) sono in contrasto con gli articoli 3 e 53 della Carta Costituzionale. E siccome "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge" e "tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva", un taglio ai loro stipendi vuol dire - secondo la Corte - disattendere i principi sanciti nella Carta.

Una platea, quella dei dirigenti coinvolti, stimata nella relazione tecnica allegata al dl 78 in 13.544 persone e il taglio della cui retribuzione avrebbe portato allo Stato un gettito da 30 milioni di euro all'anno. Non proprio una manovra, ma risorse comunque importanti mentre il governo è costretto persino a lesinare sull'illuminazione stradale.

Oltre al danno, poi, la beffa. Dal momento che questi soldi torneranno indietro a chi non li ha legittimamente percepiti, sotto l'albero dei super manager a fine anno ci sarà un pacco di Natale più grande degli altri. All'interno, due anni di mancati "adeguamenti" di stipendio. Quasi sessanta milioni di euro in totale suddivisi tra gli oltre 13 mila dirigenti. Una tredicesima coi fiocchi.

Tutti uguali davanti alla legge quindi, nella buona e nella cattiva sorte. E nella cattivissima sorte, come quella di questi anni di crisi, secondo la Corte Costituzionale, il governo non è legittimato a tagliare gli stipendi dei suoi dipendenti più "ricchi", con buona pace di chi, tra aumenti di imposte dirette e rincari vari, soprattutto nelle fasce più basse della popolazione è costretto a fare più di un sacrificio. Equivalente, nei fatti, a tagli ben più drastici ai propri stipendi.

Scrive la Consulta: "L'irragionevolezza non risiede nell'entità del prelievo denunciato, ma nella ingiustificata limitazione della platea dei soggetti passivi. La sostanziale identità di ratio dei differenti interventi di solidarietà, poi, prelude essa stessa ad un giudizio di irragionevolezza ed arbitrarietà del diverso trattamento riservato ai pubblici dipendenti, foriero peraltro di un risultato di bilancio che avrebbe potuto essere ben diverso e più favorevole per lo Stato, laddove il legislatore avesse rispettato i principi di eguaglianza dei cittadini e di solidarietà economica, anche modulando diversamente un 'universale' intervento impositivo».

Che, in altre parole, significa che il problema non sta nella portata dei tagli previsti, ma nella scelta di limitare soltanto ad alcuni, i dipendenti pubblici, e non eventualmente anche al settore privato, la diminuzione della retribuzione. In altre parole, se proprio ci fosse da sforbiciare andrebbe fatto in modo "universale".

La Consulta non impedisce però di intervenire sulla materia: «L'eccezionalità della situazione economica che lo Stato deve affrontare - argomenta la sentenza - è, infatti, suscettibile senza dubbio di consentire al legislatore anche il ricorso a strumenti eccezionali, nel difficile compito di contemperare il soddisfacimento degli interessi finanziari e di garantire i servizi e la protezione di cui tutti cittadini necessitano. Tuttavia, è compito dello Stato garantire, anche in queste condizioni, il rispetto dei principi fondamentali dell'ordinamento costituzionale, il quale, certo, non è indifferente alla realtà economica e finanziaria, ma con altrettanta certezza non può consentire deroghe al principio di uguaglianza, sul quale è fondato l'ordinamento costituzionale"

E non è finita. I tagli decisi anche per la retribuzione dei magistrati, decisi dallo stesso decreto legge, vengono giudicati illegittimi. In particolare la Corte - i cui membri, per inciso, beneficiano al pari dei colleghi del blocco dei tagli - ha dichiarato l'illegittimità costituzionale della parte della legge che prevede che "l'indennità speciale di cui all'articolo 3 della legge n. 27 Del 1981, spettante al personale indicato in tale legge, negli anni 2011, 2012 e 2013, sia ridotta del 15% per l'anno 2011, del 25% per l'anno 2012 e del 32% per l'anno 2013".

Sempre per la magistratura è stata dichiarata l'illegittimità costituzionale della norma che stabilisce che "non sono erogati, senza possibilità di recupero, gli acconti degli anni 2011, 2012 e 2013 ed il conguaglio del triennio 2010-2012 e che per tale personale, per il triennio 2013-2015 l'acconto spettante per l'anno 2014 è pari alla misura già prevista per l'anno 2010 e il conguaglio per l'anno 2015 viene determinato con riferimento agli anni 2009, 2010 e 2014; nonché nella parte in cui non esclude che a detto personale sia applicato il primo periodo del comma 21".

Articolo pubblicato dal huffingtonpost.it l'11 ottobre 2012.


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