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Max Parisi

DIBATTITI / ESATTAMENTE COSA ACCADREBBE SE L'ITALIA TORNASSE ALLA LIRA? ECCO TUTTE LE RISPOSTE PER CHI HA DUBBI O PAURE.

martedì 1 aprile 2014

Nonostante i dati fortemente recessivi sul PIL dell’eurozona e della deflazione che ormai regna sovrana in Italia, Spagna e Grecia e soprattutto a dispetto dei movimenti che stanno compiendo alcune nazioni come la Germania (che ha siglato un accordo diretto con la Cina, ad esempio, per pagare direttamente gli scambi commerciali senza usare nè euro, nè dollari), i grandi sacerdoti dell’euro, soprattutto in Italia, parlano della sua irreversibilità e dell’impossibilità di poter uscire dalla moneta unica, pena catastrofi “psicocosmiche” di proporzioni inaudite, tali da rendere una passeggiata di salute il biblico diluvio universale.

Il clero dell’euro appare sempre più come il familiare che, al capezzale del malato terminale, si rifiuta di accettare l’ineluttabile e si aggrappa alla fede più che alla ragione od alla scienza. Scelta comprensibile sul piano dei rapporti umani, ma del tutto inaccettabile sul piano scientifico. E l’economia, piaccia o no è una scienza.

Vediamo quindi di capire cosa potrebbe accadere il giorno in cui l’Italia decidesse di uscire dall’euro o, meglio ancora, se l’intera eurozona decidesse di tornare alle monete sovrane.

Prima di, tutto, ci spiace per gli adepti dell’euro, ma un’unione monetaria, così come è nata, può anche morire; nella storia si contano circa settanta unioni monetarie fallite (esse sono molte di più di quelle che sono riuscite ad avere successo).

Uno dei casi più importanti di unioni monetarie morte negli ultimi anni è sicuramente rappresentato dalla fine dell’unione sovietica e con essa del rublo come moneta di scambio. Senza contare che diverse nazioni hanno anche cambiato la moneta interna, come ad esempio il Brasile nel 1994.

Appurata quindi la totale infondatezza dell’irreversibilità di un’unione monetaria (e già per una simile corbelleria, molti “professori” dovrebbero essere spediti a rifare l’esame di storia economica all’università), entriamo nel vivo della nostra analisi: cosa accadrebbe il giorno dopo?

Soffermiamoci sull’Italia e vediamo alcuni punti in sintesi:

- Debito pubblico: il debito pubblico era inizialmente denominato in lire e poi convertito in euro: bene, verrebbe applicato il processo inverso, ad un tasso definito. Poichè l’euro non è ne più ne meno che un sistema di cambio a tassi fissi, il debito dovrebbe essere ridenominato in lire al medesimo tasso di conversione che venne applicato per il passaggio all’euro: 1936,27 lire. Il valore nominale del debito, quindi, rimarrebbe invariato. Qui è da evidenziare che circa il 70% dei debito pubblico italiano è posseduto da cittadini italiani e solo il 30% da investitori internazionali, per cui chi parla di rischio default, ci appare quanto meno avventato. Sopratutto in caso di riappropriazione della sovranità monetaria (ovvero la banca centrale acquista l’eventuale stock di nuovo debito in cambio di moneta).

 

- Conti correnti e disponibilità liquide dei cittadini: anche in questo caso, verrebbe operata una mera conversione da euro a lira: 10.000 euro = 19.360.000 lire circa. Teniamo presente che la maggior parte delle transazioni avviene tramite strumenti elettronici, senza uso di contante, per cui anche il pericolo di corsa agli sportelli per accappararsi contante è quasi del tutto scongiurata e, comunque, basterebbe porre, per un breve arco temporale, un tetto al prelievo massimo giornaliero.

 

 

- Rischio inflazione in caso di forte svalutazione: le cassandre profetizzano un’inflazione galoppante, nell’ordine del 50% se si tornasse alla lira, poichè la nuova moneta nazionale si svaluterebbe immediatamente rispetto ad euro e dollaro (con questo ammettendo che l’euro è eccessivamente valutato per la nostra economia, dimenticando poi di dire che una moneta sopravvalutata provoca sistematicamente recessione e crisi...). Ci permettiamo di far notare che nel1992 la lira venne svalutata di colpo del 20% rispetto al marco ed al dollaro, e l’inflazione crebbe di circa il 5%. In compenso, grazie alla lira svalutata, l’Italia superò di slancio la produzione industriale tedesca (oggi siamo sotto di oltre il 20% rispetto a quella teutonica). Già questo indica che potremmo non trovarci di fronte ad un rischio di inflazione elevata, ma se dovessero presentarsi segnali in tal senso, sarebbe sufficiente eliminare una parte delle folli tasse messe dal governo Monti e poi aumentate da quello Letta, per calmierare subito i prezzi. Un esempio? In caso di aumento del costo dei carburanti legato alla svalutazione della lira sul dollaro, si potrebbe benissimo eliminare la maxi accisa di 30 centesimi (600 lire! Una volta ci si lamentava quando il governo aumentava la benzina di 5 lire, non di 600 in sol colpo) voluta dal disastroso e fallimentare governo Monti, che ha provocato solo un calo dei consumi senza portare un solo euro in più nelle casse dello stato; così come si potrebbe riportare l’IVA al 19 o addirittura al 18% (una bella sforbiciata  del 4% rispetto all’attuale tassazione). Queste due operazioni, ovvero il taglio di due imposizioni fiscali che a livello di gettito hanno provocato solo disastri, sarebbero in grado di contenere la spinta inflazionistica, con buona pace dei sacerdoti dell’euro.

 

- Dazi e ritorsioni economiche: gli alti prelati dell’euro terrorizzano poi le masse di fedeli predicando l’inevitabile applicazione di dazi sui prodotti italiani per fronteggiare la concorrenza legata alla lira debole. Questa, fra tutte, è la predica più risibile e falsa: in un’economia fortemente globalizzata come quella attuale, nessuno può pensare seriamente di applicare dazi ai prodotti italiani senza subirne a sua volta forti danni. La Germania in primis, se dovesse applicare dazi sulle merci italiane, arrecherebbe danni consistenti al suo tessuto industriale, che prospera grazie ai semilavorati ed ai macchinari di precisione realizzati in Italia, e senza dei quali molte delle sue imprese chiuderebbero rapidamente. Inoltre dazi chiamano dazi, per cui anche l’Italia potrebbe applicarli alle aziende tedesche. Siamo sicuri che Allianz sarebbe disposta ad accettare di perdere il terzo mercato per profittabilità solo per compiacere i grandi sacerdoti dell’euro? Giusto per citare uno dei colossi tedeschi che opera in Italia e che ha investito miliardi di euro per sviluppare il nostro mercato. Ne dubitiamo fortemente, soprattutto perchè le aziende sono interessate al rigo in fondo al bilancio, che deve avere un bel segno “+” possibilmente seguito da numeri con molti zeri, e da sempre sono allergiche alle barricate politiche (prova ne sia che le imprese tedesche sono fermamente contrarie alle sanzioni contro la Russia per la vicenda della Crimea ed al momento, a parte roboanti annunci, di concreto contro il Governo di Mosca si è fatto ben poco)

 

- Sviluppo del paese: in compenso, senza più i lacci e lacciuoli della moneta unica, con un rapporto di cambio finalmente adeguato ai fondamentali nazionali, le imprese potrebbero tornare a produrre sia per il mercato interno che per quello d’esportazione e, con il ritorno vero alla sovranità monetaria, sarebbe possibile dare slancio ad un vero piano di ammodernamento del paese, attraverso la realizzazione delle infrastrutture che necessita ed al potenziamento degli investimenti nella ricerca scientifica.

 

Come abbiamo potuto sinteticamente analizzare, i vantaggi dell’abbandono dell’euro sono molto maggiori, soprattutto per l’Italia, rispetto al restarvi dentro.

Certo, per la Germania si tratterebbe di avere nuovamente un temibilissimo concorrente manifatturiero sui mercati internazionali e, si sa, a Berlino è sempre piaciuto vincere facile, magari con l’aiuto di qualche quinta colonna più o meno consapevole piazzata nelle nazioni rivali, per cui fino all’ultimo cercherà di trattenere il nostro paese nel freddo e mortale abbraccio di una moneta che non ha altro destino se non quello di morire.

 L’unica scelta che rimane all’Italia è quella di abbandonare l’euro follia e tornare a vivere con la propria lira. Certo, se alle elezioni europee non si voterà per i partiti anti euro ed anti ue, difficilmente un primo ministro incapace pure di abbottonarsi un cappotto come quello attuale, sarà in grado di avere il coraggio di scegliere la salvezza dell’Italia, preferendo rimanere sotto la rassicurante, sebbene mortale, coperta dell’euro e dei suoi grandi sacerdoti.

Tuttavia la storia non si può fermare,al massimo si riesce a rallentarla, ed è quello che stanno provando a fare gli oligarchi ue, ma alle fine l’esito sarà comunque quello: la morte dell’euro ed il ritorno alla libertà in Europa.

Luca Campolongo

consulenza@sosimprese.info

www.sosimprese.info

 


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