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Max Parisi

DIBATTITI / L'ECONOMISTA PROF.CLAUDIO BORGHI: ''L'EURO METTE IN DISCUSSIONE IL DIRITTO DEGLI STATI DI ESISTERE''

mercoledì 12 febbraio 2014

Nel suo intervento alla Conferenza dal titolo “Oltre l’euro per una nuova Italia” tenutasi alla London School of Economics sabato 25 gennaio 2014, il professor Claudio Borghi ha affrontato il tema delle scelte che attendono il nostro paese, politiche prima che economiche. Il Prof. Borghi è Professore di Economia degli intermediari finanziari, Economia delle aziende di credito ed Economia e Mercato dell’arte presso l’Università Cattolica di Milano.

L’esordio di Borghi alla conferenza di Londra dello scorso gennaio è con un mea culpa: l’errore di molti economisti è stato di cercare di dare conto dell’andamento di breve periodo dei mercati, inquadrandolo nella logica generale dell’Unione monetaria. L’andamento altalenante dei mercati rifletteva qualcosa che non funzionava nelle economie di alcuni paesi membri. A un certo punto si è capito che al contrario erano i casi particolari, quelli delle economie del sud, a negare validità alla costruzione generale.

C’è chi altera il ciclo economico e chi lo subisce. È opinione molto diffusa che la mancanza di competitività del nostro paese sia legata ad alcuni fattori tipicamente italiani, come corruzione e mancanza di produttività. In realtà in questo gioco di ruoli, in base al quale l’ultimo della classe deve rimanere indietro, non si tiene in debito conto la variabile prezzo.

Il nostro paese ha indubbiamente molti problemi strutturali da affrontare - aferma il professor Borghi -  ma la Germania e la Troika ci hanno imposto che, se per qualche ragione non riusciamo ad essere efficienti tanto quanto i primi della classe, dobbiamo pagare anche per questo. È come se in una classe vengano promossi solo gli allievi che riescono a prendere dieci, ad un certo punto il sei non basta più. Peccato che è impossibile che tutti arrivino primi proprio perché le economie dei paesi europei sono diverse, anche per ragioni strutturali.

 Ma se alcune economie, come quella tedesca, riescono ad avere degli avanzi nella bilancia dei pagamenti, è davvero perché i tedeschi sono più bravi? Non è solo questione di produttività e di chi è più bravo a fare cosa. È anche una questione di moneta. L’euro è troppo forte in certe economie e troppo debole in altre: la Germania non consente ai propri salari di crescere, come dovrebbe accadere in caso di un aumento dell’output, comprime i salari (ed essendo, questi, abbastanza alti, vengono accettati dai lavoratori) per massimizzare i profitti e riesce a mantenere i propri prodotti competitivi facendo leva proprio sul prezzo. Noi italiani corrotti e inefficienti non abbiamo altra scelta che effettuare anche noi una pressione al ribasso per riuscire a vendere i nostri di prodotti, con le conseguenze note a tutti. 

 Ma gli stati possono fallire come le imprese? La nascita della moneta unica aveva come obiettivo l’integrazione delle economie, l’aumento degli scambi commerciali intra-europei e un incremento del commercio con l’estero per poter competere con le altre economie emergenti, questi erano gli obiettivi dichiarati: si compete meglio insieme che da soli. Ma questa moneta ha finito non per avvantaggiare l’Europa nei confronti della Cina quanto per sanzionare che “se uno stato, per qualsiasi ragione, diventa meno efficiente economicamente, è legittimo che venga spazzato via e annesso”. 

Prima di affrontare questioni tecniche circa le conseguenze di una potenziale uscita dall’euro - secondo il Prof. Borghi -  sarebbe necessario domandarsi che fine vogliamo fare e quale direzione prendere come paese. Una questione tutta politica, quindi. Per il fatto di non riuscire ad essere competitivi come la Germania, in questa gara a chi fa il prezzo più basso, allora dobbiamo fallire, come fossimo un’impresa che non riesce a essere competitiva sul mercato? “Gli stati non sono imprese”, afferma Borghi. Il principio per cui lo stato più forte economicamente ha il diritto di dettare le regole e decidere il destino degli altri è un principio “nazista”: accetteremmo, oggi, che lo stato più forte militarmente iniziasse a far valere la propria superiorità e ad annettere mezza Europa? Il principio è lo stesso.

 Alcuni paesi, come la Gran Bretagna, hanno avuto la determinazione politica di dire di “no”  all’euro sebbene le pressioni per entrarvi fossero moltissime, la sterlina ha subito una svalutazione del 50% e gli inglesi continuano a vendere i propri prodotti. Si chiama diritto di esistere in uno scenario europeo costituito da economie diverse. In gioco è la democrazia: dobbiamo decidere se ci piace ancora. 

 Il secondo nodo cruciale che il Professore ha affrontato è quello del principio democratico, che mai come oggi si pone in maniera chiara ai paesi dell’Unione. La nostra attuale classe dirigente pone in discussione il diritto dei cittadini di votare persone responsabili di scelte cruciali per la loro vita. Questa classe dirigente ha ritenuto indispensabile invocare una tecnocrazia che deve decidere tutto “al riparo del ciclo elettorale”. Franceschini del PD ha giustificato il suo “no” alla reintroduzione delle preferenze facendo riferimento ai “danni al sistema politico e alla sua trasparenza... [le preferenze] non sempre porterebbero in Parlamento i migliori e comunque lo priverebbero della presenza di competenze e professionalità indispensabili. Io da capogruppo ho conosciuto deputati indispensabili per competenze e lavoro che non riuscirebbero mai a essere eletti”.

In gioco è proprio il futuro della democrazia, in Italia — nella quale nel 2011 il Presidente della Repubblica, in assenza di una maggioranza di governo, ha optato per un governo tecnico piuttosto che la convocazione di nuove elezioni — come in Europa. La BCE è una Banca Centrale molto indipendente rispetto ad altre banche centrali, come la Federal Reserve. I paesi europei hanno compiuto la scelta di delegare la gestione della politica monetaria. Ora, ogni delega di potere comporta poi che essa sia sottoposta ad un controllo, ovvero che sia possibile una valutazione circa gli atti compiuti in nome di quella delega. Più poteri deleghi, maggiore attenzione va posta alla verifica delle modalità in cui gestisci quel potere. Ma in Europa il grado di indipendenza non va di pari passo con l’accountability. Per questa ragione se ci piace ancora la democrazia -  conclude il Professor Borghi -  è necessario spazzare via qualsivoglia istituzione non democraticamente eletta".

L'articolo "L'intervento di Claudio Borghi alla conferenza “Oltre l’euro per una nuova Italia” è di Chiara Ronca per l'Antidiplomatico - che ringraziamo. 


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