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PER SALVARSI DALLA DESERTIFICAZIONE INDUSTRIALE IN ATTO, C'E' UN'UNICA SOLUZIONE: DAZI SULLE MERCI DEI PAESI SCHIAVISTI

mercoledì 15 gennaio 2014

In Germania esistono 1,5 milioni di persone che dipendono dalle mense dei poveri e 7,4 milioni di lavoratori a 450 euro al mese; in Italia la disoccupazione giovanile ha sfondato il 40%, mentre in Spagna e Grecia viaggia oltre il 50%. Tutto questo è il risultato di politiche economiche tese a distruggere la domanda interna (ammissione fatta da Monti alla CNN) per favorire le esportazioni grazie all'abbattimento del costo del lavoro interno in quanto la teoria dice che pur di lavorare, una persona si accontenterà di un salario più basso che in precedenza.

Sappiamo benissimo che esistono rigidità all'accettazione di stipendi più bassi, dovute a spese incomprimibili come affitti, mutui, cure sanitarie, istruzione. E non è un caso se in Spagna molte giovani famiglie rinuncino ad una casa propria per tornare ad abitare con i genitori.

Qual'è il motivo che spinge i governi ad azioni autodistruttive, poiché appare chiaro da tutti gli indicatori macro economici che questa cura, lungi dal curare il paziente, lo sta assassinando? Si chiama concorrenza internazionale e accordi di libero scambio.

Fino a quando sono esistiti dazi e limitazioni alle importazioni, le imprese disponevano di mercati “protetti” interni cui poter vendere i propri prodotti e le dinamiche salariali erano al rialzo, in quanto maggiori stipendi avrebbero consentito maggiori consumi e quindi maggiori vendite.

Con l'introduzione dell'organizzazione mondiale del commercio WTO e l'abbattimento dei dazi doganali, anziché dare nuova spinta all'economia, si è preparato il nodo scorsoio nel quale le economie occidentali avrebbero presto infilato la propria testa. Il motivo è presto detto: in assenza di dazi e regolamentazioni, le aziende tendono ad andare a produrre dove la mano d'opera è più economica, in tal modo possono massimizzare il differenziale tra prezzo di produzione e prezzo di vendita.

Il processo di delocalizzazione comporta, ovviamente, che gli stabilimenti nei paesi economicamente meno appetibili vengano chiusi e trasferiti in quelli più vantaggiosi. Un esempio di questa dinamica? La triste fine della Mivar, l'ultima e storica azienda produttrice di televisori italiana: il 20 dicembre è cessata definitivamente la produzione, in quanto l'acquisto dei componenti sul mercato costava al fondatore Carlo Vichi (92 anni) più del prezzo di vendita finale di un televisore completo prodotto in estremo oriente od in Turchia.

D'altra parte, come può essere competitiva un'azienda italiana se il costo di un ingegnere in Cina per un mese è pari poco meno a quello di 4 ore nel nostro paese?

Non parliamo poi dei capi di abbigliamento: il differenziale può essere pari anche ad oltre 50 volte!

Questo è possibile perchè in molte nazioni non esistono tutele sindacali, non esiste previdenza obbligatoria, sanità garantita, ferie retribuite, permessi e tutta una serie di parametri che rendono la qualità della vita più o meno apprezzabile.

Molti ricorderanno i casi di suicidi di dipendenti della Foxconn, l'azienda cinese produttrice degli smartphone Apple a causa dei ritmi del lavoro insostenibili e del livello qualitativo maniacale richiesto. Il caso finì in pasto ai media internazionali e dovette intervenire pesantemente Apple per ripristinare livelli di lavoro sopportabili.

Appare chiaro come si tratti di una competizione truccata, dove qualcuno corre con una gamba sola (il mondo occidentale sviluppato) e qualcun altro in bicicletta (i paesi in via di sviluppo, che non vanno tanto per il sottile né per tutela dell'ambiente, né per i diritti umani). La follia è che i nostri governanti pretendono di riuscire a competere in questa partita truccata abbassando i nostri standard di vita e non pretendendo di innalzare quelle degli altri!

In occidente siamo campioni di incoerenza: pretendiamo di esportare la democrazia con le bombe e poi vogliamo metterci alla pari con chi non rispetta i diritti più elementari per non disturbare il “dio” libero mercato.

Sia chiaro: la libera impresa ha dimostrato di funzionare meglio rispetto ad una di tipo socialista, ma questo non autorizza le classi politiche a venire meno ai propri doveri di indirizzare l'azione degli stati e di incentivare lo sviluppo e non la regressione del benessere e dell'economia.

E' possibile uscire da questa spirale che rischia di impoverire l'intero globo (se tutti decidono di far abbassare i salari, alla fine tutti percepiranno meno, i consumi crolleranno ovunque e la stagnazione regnerà sovrana) inutilmente?

Sì: sarebbe sufficiente che le classi politiche dei paesi sviluppati, anziché andare a gara a compiacere un potentato economico-finanziario che si sta autodistruggendo senza rendersene conto, rivendicasse il diritto di dettare linee guida e bilanciasse i costi dei prodotti finiti provenienti dai paesi a basso costo di mano d'opera con dazi ad hoc.

Si tratterebbe di dazi mirati a colpire gli Stati che non implementano una seria tutela dell'ambiente imponendo sistemi di depurazione-riciclo, piuttosto che quelli che non pongono limiti agli orari di lavoro o non offrono un minimo di tutele sanitarie e previdenziali ai lavoratori.

In tal modo i prodotti realizzati in spregio all'ambiente ed alla dignità umana perderebbero di colpo appetibilità, rilanciando la produzione locale e stimolando un processo di sviluppo positivo delle imprese nei paesi “emergenti”.

L'alternativa a tutto questo, come abbiamo detto, sarà il collasso del sistema economico, in quanto una volta che tutti gli stati avranno adottato politiche di contrazione della domanda interna, nessuno avrà la possibilità di esportare (modello tedesco: bassi consumi interni e forti esportazioni), né di avere consumi interni in grado di garantire occupazione e crescita.

Uno dei passaggi cruciali saranno le prossime elezioni europee: se dovessero vincere i partiti filo ue e filo euro, questo processo di impoverimento potrebbe divenire irreversibile.

Luca Campolongo

Resp. Marketing e sviluppo nuovi mercati

consulenza@sosimprese.info

www.sosimprese.info


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