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Max Parisi

CHI PAGA PIU' TASSE IN ITALIA? PROVATE A INDOVINARE.

sabato 27 aprile 2013

Milano - Si torna a parlare, seppur sommessamente, di una nuova stangata/stangatina sulle pensioni. Ovviamente, come si dice, su quelle più alte. Quindi, nulla di nuovo sotto il sole e sempre la vecchia ipocrisia, la vecchia iniquità, a cominciare dal fatto che non si può continuare a identificare i pensionati come cittadini di serie C, rispetto agli evasori che sono di serie A e a tutti quelli che godono di redditi non da pensione (serie B) compresi i numerosi politici per i quali buona parte dei loro redditi (ma chiamiamoli rimborsi spese, che diamine!) sono esenti da imposizioni.  

Quindi…vai con le pensioni. Facendo finta di non sapere che i pensionati italiani sono i più tartassati. Si, proprio così, i più tartassati anche rispetto ad altre categorie di contribuenti. Un semplice ragionamento potrà chiarire questa affermazione. Seguiamolo. 

Innanzi tutto: che cos’è, una pensione (rendita da pensione)? C’è chi la considera un reddito differito, cioè procrastinato nel tempo. Ma reddito da cosa: da lavoro oppure da capitale? Vediamo…

Durante la propria vita professionale il lavoratore è costretto a mettere da parte una fetta del proprio reddito da lavoro perché lo Stato (giustamente) non vuole (vorrebbe)  indigenti a una certa età. Questo risparmio forzoso deriva dalla propria attività lavorativa ma si trasforma, fin da subito, in un capitale accumulato che progressivamente cresce e aumenta fino al momento dell’andata in pensione, quando “viene restituito” sottoforma di rendita vitalizia. 

Esattamente come accade se una persona per tutta la vita accumula dei risparmi in un fondo di investimento oppure paga un mutuo per acquistare un appartamento da dare in affitto che, una volta scaduto il mutuo, frutterà un affitto netto senza alcun peso di oneri finanziari. In tutti questi casi si parla di “reddito da capitale”. 

Reddito da capitale, dunque. 

Ebbene, come sono tassati, oggi, i redditi da capitale? Senza entrare in minuziosi dettagli possiamo dire che le rendite finanziarie sono tassate al 20% (tranne i titoli di Stato ed altri che sono tassati al 12,50%), che per gli affitti sulle case si paga una cedolare secca del 19 o del 21%, che per le rendite  vitalizie relative ad assicurazioni previdenziali private la casistica è un po’ più complessa ma anche in questo caso si paga un’aliquota “secca”. 

In ogni caso si tratta di aliquote “secche”, quindi non progressive. E che, di conseguenza, i redditi da capitale sono ben distinti dai redditi di lavoro e da quelli pensionistici che secondo la legislazione sono considerati, in tutto e per tutto, alla stregua di normali  redditi da lavoro e/o professionali.

Ecco quindi una prima discrepanza. Se vogliamo, chiamiamola una prima iniquità. Ma c’è di più e il di più va considerato dal punto di vista sociale.

Ciò che si paga al Fisco (diciamo l’Irpef) serve in generale allo Stato per tanti scopi, e quindi anche a pagare quei servizi e quegli interventi che fanno parte del welfare complessivo. Bene. Ma in che misura un pensionato di oltre 65 anni gode di quei beni e di quei servizi? Dico un 65enne perché i babypensionati sono un’altra categoria. Ebbene, si suppone che un 65enne, meglio ancora un 70enne, non abbia più figli da mandare a scuola (welfare generale), tanto meno all’asilo, non possa più godere della cassa integrazione e via discorrendo. Certo, si rivolge ancora al Servizio sanitario nazionale ma per questo ha già pagato, durante una vita lavorativa, i contributi relativi, da non confondersi con quelli previdenziali (risparmio forzoso) e, in ogni caso, pagando ancora le imposte (in forma progressiva) sulla propria pensione contribuisce sempre al pagamento del welfare generale, di cui gode solo in  parte. 

Fatte queste considerazioni si capisce perché…

In altri Paesi europei (ma non solo) fra i quali, in primis, Francia, Germania e Olanda, la tassazione sui redditi pensionistici goduti da pensionati che abbiano raggiunto una certa età (65 e 70 anni) godono di una consistente  esenzione di base (franchigia) che supera anche il 30 per cento.  In altre parole, su questa franchigia non c’è tassazione e le imposte (progressive) si pagano solo sulla parte restante. Anche perché le pensioni, di fatto, non si rivalutano e perdono progressivamente di valore. 

Questa impostazione pregiudica l’equilibrio del sistema finanziario nazionale?

Certo che no, come dimostrano, appunto, le realtà di Francia e Germania, Paesi europei con i minori indebitamenti pubblici  e con un ottimo welfare. Non solo: Paesi con i minori tassi di indigenza  e povertà. 

Nella sostanza, in Italia la categoria dei pensionati è la più tartassata. E lo è perché  i suoi redditi da lavoro, trasformatisi nel tempo in capitale accumulato, non sono considerati risparmi, seppur forzosi, ma continuano ad essere definiti redditi da lavoro ,come se il pensionato continuasse a lavorare. Per paradosso: chi ha accumulato un patrimonio lavorando in proprio e magari in nero potrà godere dei redditi di questo capitale tassati soltanto, appunto, come redditi da capitale, cioè nettamente meno di quelli percepiti dai pensionati. E’ giusto? Ovviamente no ma non c’è ancora nessuno, neppure fra i sindacati dei pensionati e fra i partiti che pretendono di rappresentarli, che ponga il problema. Opportunità politica o semplice ignoranza? 

Ezio Chiodini

 


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