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Max Parisi

DUE EMINENTI ECONOMISTI ITALIANI SONO ANDATI IN PARLAMENTO A SPIEGARE COME L'ITALIA PUO' USCIRE DALL'EURO (CENSURATI!)

martedì 17 dicembre 2013

Ieri pomeriggio il Movimento Cinque Stelle è tornato all’offensiva contro l'euro con un convegno promosso a Montecitorio intitolato “Europa e Euro: Opportunità o schiavitù?”, dedicato alle problematiche connesse all’unione monetaria e al recupero della sovranità finanziaria nazionale.

Per sua stessa definizione “Europeista che rifiuta di identificarsi nell’attuale Unione Europea e nell’area della valuta unica”, Antonio Rinaldi, professore di Finanza aziendale all’Università “Gabriele d’Annunzio” di Pescara,ha detto che vuole smantellare ciò che ai suoi occhi appare come una gigantesca mistificazione: “Perché in oltre vent’anni di mercato comune non sono state uniformate neanche le aliquote IVA, requisito essenziale per la libera circolazione di beni e servizi. Mentre è stato creato un subdolo sistema di governo per estraniare le democrazie dei paesi membri dai processi decisionali”.

A chi propone “più Europa” per risolvere la grave crisi in atto nel versante meridionale del Vecchio Continente, lo studioso replica che la revisione dei trattati e dei regolamenti non è realistica né produrrà benefici. Ricorda che i governi italiani non riescono neanche a sforare dello 0,1 per cento il rapporto deficit-PIL, “mentre la Francia viaggia attualmente oltre il 4 e la Spagna verso il 7”.

E ai rappresentanti Cinque Stelle Rinaldi chiede di appoggiare senza se e senza ma il ritorno alla sovranità monetaria, “per riguadagnare dignità a una nazione svenduta in nome di un liberismo finanziario sordo alle esigenze dell’economia reale”. Contro una visione della crescita economica fondata sui principi della stabilità dei prezzi a ogni costo, del pareggio di bilancio e della riduzione del debito pubblico al di sotto del 60 per cento del Prodotto interno lordo, l’economista non ritiene sufficiente allargare le prerogative della BCE a un Tesoro europeo prestatore di ultima istanza in grado di monetizzare i fabbisogni finanziari di uno Stato.

È su questo punto che emergono i dissensi con il leader Cinque Stelle. Rinaldi liquida come nocivo e controproducente un referendum sull’euro. Prima di tutto per gli impedimenti costituzionali alla luce dell’articolo 75 della Costituzione. Poi per “la speculazione internazionale che investirebbe il nostro paese al preannuncio della consultazione popolare”. E infine per “l’opportunità offerta ai supporter dei parametri di Maastricht di porre in atto misure ancor più restrittive per contrastare le turbolenze finanziarie”. A giudizio dell’economista, il vero referendum sull’euro sarà rappresentato dal voto per il Parlamento di Strasburgo: “È lì che dovrà essere rilanciato il Manifesto di solidarietà europea”.

Quindi, il vero referendum sull'euro saranno le elezioni europee di maggio 2014, conclude Rinaldi.

Le parole pronunciate da Rinaldi, cui la platea del M5S riserva un’accoglienza molto positiva, riecheggiano anche nel ragionamento di Luciano Barra Caracciolo, componente del Consiglio di Stato intervenuto dopo di lui. Ricordando come “vent’anni di austerità finanziaria hanno esautorato la nozione redistributiva della democrazia italiana fondata sul lavoro” e rivendicando come l’articolo 11 della Carta repubblicana preveda deleghe parziali ma non cessioni integrali di sovranità verso organizzazioni sovranazionali”, il giurista reputa legittimo superare i trattati di adesione monetaria senza mettere a rischio l’Unione Europea. Perché l’euro non è elemento costitutivo dell’architettura Ue. Abbandonarlo è possibile visto che esiste facoltà di revoca del consenso dall’area della moneta unica. Tale scelta permetterebbe all’Italia di “liberarsi dalla gabbia dei vincoli finanziari e negoziare con piena sovranità e legalità costituzionale la nostra permanenza nell’Ue”.

Ed ora, il professor Borghi, altro eminente economista italiano, docente di Mercati finanziari all’Università Cattolica di Milano. Borghi individua nell’abbandono della valuta comune l’unica direzione di marcia percorribile.

A suo giudizio non è il debito pubblico, “che deve essere garantito in ultima istanza da una Banca centrale e non da fondi salva-Stati”, la causa della crisi produttiva e dei consumi: “Pensiamo a Spagna e Irlanda, tra le nazioni con minore passivo di bilancio alla vigilia della tempesta finanziaria da cui sono state colpite. E guardiamo al Regno Unito dominato da un’economia finanziaria che è stata supportata con risorse pubbliche scaricando i costi sulla sterlina svalutata”.

La soluzione della crisi, precisa il docente ed editorialista, non passa solo per l’abrogazione dei costi della Casta né per l’eliminazione della spesa improduttiva, “poiché ridurne oggi l’entità aumenterebbe la recessione”. Non passa neanche attraverso la riduzione della diseguaglianza tramite la leva fiscale “in una realtà di progressivo impoverimento”. Abbandonata l’ipotesi di grossi trasferimenti finanziari dalla Germania verso il nostro Paese, resta il problema dell’euro: “Cambio artificioso su economie con differenti velocità che impedisce all’economia italiana il ricorso alla leva monetaria per non perdere competitività e non andare fuori mercato. Perché comprare i prodotti al di fuori dei nostri confini vuol dire ridurre la produzione, i consumi e l’occupazione interni”.

E INFINE COME USCIRE DALLA MONETA UNICA

Attento alle modalità e agli effetti di un abbandono della moneta unica è Emiliano Brancaccio, professore di Economia politica e del lavoro all’Università del Sannio. Rifiutando la proposta Draghi di un intervento della BCE a favore dei paesi soggetti ad aggressione speculativa in cambio del rigoroso risanamento dei conti pubblici, lo studioso ritiene che la miscela di taglio della spesa pubblica e aumento delle tasse rende più difficile sostenere e ridurre il passivo di bilancio, soffoca l’economia reale e porta l’intera area euro a deflagrare.

“Questo sarebbe a tutto vantaggio della Germania” - ha detto.

A suo giudizio la terapia non consiste nell’unione bancaria, “che implica ristrutturazioni e liquidazioni degli istituti creditizi a condizioni fissate dai potenziali acquirenti esteri e promuoverebbe una ‘germanizzazione’ del capitale finanziario europeo”.

La giusta ricetta non passa neanche per riforme strutturali “che prevedano liberalizzazioni al ribasso delle retribuzioni e del mercato del lavoro, fonte di tensioni sociali, crollo del potere d’acquisto degli stipendi e dei prezzi”.

Per l’economista keynesiano il punto cruciale è un altro. La fuoriuscita dalla moneta unica, osserva, non può essere decisa sulla base della libera fluttuazione della valuta nel mercato dei cambi e della libera circolazione dei capitali: “Per i paesi meridionali si tratterebbe di un’operazione gattopardesca e si tradurrebbe nella svendita delle realtà produttiva ad opera di gruppi finanziari stranieri”.

L’opzione alternativa, quindi, deve essere statuale e protezionista, in grado di mettere in discussione il mercato unico europeo ponendo vincoli stringenti alle acquisizioni estere di ricchezza nazionale.

Fonte notzie: Formiche.net

 

 


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