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Max Parisi

IL PROF. RINALDI HA SPIEGATO AL PARLAMENTO COME METTERE IN ATTO IL ''PIANO B'' DI USCITA ORDINATA DELL'ITALIA DALL'EURO!

venerdì 6 dicembre 2013

Oggi, pubblichiamo la relazione tenuta il 5 dicembre (ieri) alla Commissione Finanze della Camera da Antonio Maria Rinaldi, docente di Finanza Aziendale all’Università Gabriele d’Annunzio di Chieti-Pescara e autore del pamphlet “Europa Kaputt – (S)venduti all’euro“.

Dopo aver accusato da Bruxelles l'Unione monetaria, a Roma in Parlamento il prof Rinaldi ha svelato come attrezzarsi con un "Piano B" (l'espressione è sua)  di uscita ordinata dell'Italia dalla trappola dell'euro.

L'intervento in Parlamento:

LE PROBLEMATICHE PER IL PAESE

È assolutamente necessario fare netta distinzione fra conduzione dell’Unione Europea e conduzione dell’Unione monetaria, essendosi ultimamente quest’ultima sovrapposta alla prima a causa della crisi economica. Non starò in questa sede ad elencare i pregi e i difetti derivanti dall’appartenenza da quindici anni ad una stessa area valutaria, ma è sufficiente evidenziare come sia emerso sempre più che l’euro non si è rivelato essere una propria e vera moneta, bensì un accordo di cambi fissi a cui si è demandato, per il suo mantenimento e funzionamento, un sistema di regole rigide e nel contempo stesso automatiche. Queste regole sempre più strutturate e supportate da Istituzioni tecniche create ad hoc, hanno affidato a una sorta di “pilota automatico” la conduzione della moneta unica surrogandosi alla mediazione politica con la considerazione che quest’ultima, oltre a rappresentare democraticamente la volontà dei cittadini, risulta essere sempre l’unica forza capace di risolvere e correggere in positivo le immancabili distorsioni congiunturali.

UN MODELLO SENZA PRECEDENTI

Inoltre il disagio della crisi è stato accentuato dall’aver adottato un modello economico che non ha riscontri nella stessa letteratura economica. Esso prevede essenzialmente il rigore dei conti fino al perseguimento del pareggio di bilancio e la diminuzione pianificata e sistematica dell’eccedenza del 60% dello stock del debito pubblico rispetto al PIL come presupposto per la crescita. Il tutto ignorando completamente la possibilità di periodi di stagnazione, se non di recessione dell’economia, fungendo pertanto da moltiplicatore alla deflazione. Lo stesso concetto di “strutturale” per mitigare gli obiettivi di deficit, appare ancora troppo rigido per consentire un efficiente correttivo. L’esasperato ricorso all’austerity, in conclamata recessione, ha ulteriormente contratto i consumi e pertanto il PIL, peggiorando tutti gli indici macroeconomici presi a riferimento da Maastricht per la convergenza monetaria e l’impossibilità di poter gestire con autonome politiche economiche le differenze asimmetriche con le altre economie della stessa area valutaria hanno generato ulteriore disagio.

L’adozione di questo modello non prevede in alcun modo il ricorso alla monetizzazione da parte dei fabbisogni finanziari degli Stati e pertanto le uniche fonti rimangono esclusivamente il ricorso fiscale e il taglio della spesa pubblica. Questo modello economico proposto-imposto è essenzialmente teso al raggiungimento della stabilità dei prezzi, cioè dell’inflazione, e la stessa Banca Centrale Europea nel perseguire questo obiettivo, ha palesemente dimostrato di non essere una effettiva Banca Centrale, ma solo garante e guardiana dei Target fissati per la stabilità dei prezzi. La prova di ciò è che tutte le operazioni compiute dalla BCE sono finalizzate a questo scopo e le stesse Long Term Refinancing Operation (LTRO) e gli acquisti sul mercato secondario previsti dalle operazioni di Outright Monetary Transactions (OMT) rispettano il principio di non immettere liquidità nel sistema, bensì di “sterilizzarlo” a garanzia delle sue attribuzioni di Statuto.

LE PRIORITÀ DA PERSEGUIRE

In questo contesto la priorità numero uno che la Presidenza italiana dovrà perseguire, sarà quella di ottenere la sospensione dell’applicazione del Trattato di Stabilità, il c.d. Fiscal Compact, che altrimenti a far corso dal 1.1.2015, obbligherà tutti i 25 Paesi firmatari e ratificatori del Trattato, al pareggio di bilancio e alla riduzione sistematica del 5% annuo della sopracitata eccedenza del 60%. Per il nostro Paese significherebbe, per gli anni iniziali, uno sforzo non compatibile con gli attuali dati macroeconomici e congiunturali, in quanto il pareggio di bilancio sarebbe ulteriore causa di depressione deflattiva dovendo reperire annualmente ulteriori 46 Mld circa, pari al 3% del Pil per poterlo ottenere, da aggiungere, ai dati attuali, altri 50/52 Mld per la prevista riduzione annuale del ventesimo dell’eccedenza del debito. Si tratterebbe di risorse pari a più di quattro volte il gettito IMU complessivo e farebbe precipitare il nostro Paese in una situazione di difficile gestione finanziaria con risvolti, anche di ordine pubblico, senza precedenti.

Pertanto la moratoria sul Fiscal Compact è da considerare una priorità assoluta e inderogabile se non provvederà in modo sostanziale la Presidenza greca, che si accinge a gennaio a precederci dopo quella della Lituania, non saremo in grado di rispettarlo minimamente. Richiesta che troverebbe l’avallo incondizionato della quasi totalità degli altri Paesi in quanto, allo stato attuale, ben pochi sarebbero nelle condizioni di poterlo rispettare. La via da intraprendere affinché venga accettata questa richiesta di sospensione risiede nella puntuale verifica e interpretazione sulla legittimità giuridica sull’applicabilità dello stesso Trattato. A tal fine un contributo essenziale lo ha fornito il professore emerito Giuseppe Guarino individuando la sua illegittimità giuridica. La sua analisi si basa sul fatto che il Patto di Stabilità e Crescita, il c.d. Fiscal Compact, è stato approvato sebbene in palese contrasto con i precedenti Trattati in quanto, come recita lo stesso Trattato all’art.2, “Le parti contraenti applicano e interpretano il presente Trattato conformemente ai Trattati su cui si fonda l’Unione Europea”, il cui concetto è ribadito nel comma successivo: “Il presente Trattato si applica nella misura in cui è compatibile con i Trattati su si fonda l’Unione europea e con il diritto dell’Unione europea”. Pertanto il seguente art.3, n.1, lett.a) che prevede che “la posizione di bilancio della Pubblica Amministrazione di una parte contraente è in pareggio o in avanzo” è da ritenersi non conforme e non legittimo, in quanto il Trattato della UE firmato a Maastricht (TUE) all’art.104 c) prot.5, ribadito anche nel Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea di Lisbona (TFUE) all’art.126 (ex 104), fissano invece al 3% il limite dell’indebitamento annuale. È stato pertanto violato il Trattato istitutivo della UE unitamente al TFUE che ne ribadisce al citato art.126 i limiti dell’indebitamento.

VINCOLI ILLEGITTIMI

Anche l’applicazione ferrea del limite del 3% del rapporto fra deficit e PIL, pena sanzioni, è un arbitrio non supportato dai Trattati, ma che viene invece sempre imposto dalla burocrazia europea specialmente nei nostri confronti. Sempre nell’art.104 del TUE, ora art.126 del TFUE, si stabilisce che il 3% può legittimamente essere superato se discende da fatto eccezionale e momentaneo, quindi non imputabile allo Stato, ma dovuto ad un obbligo al quale lo Stato non poteva sottrarsi. Quale circostanza eccezionale, valida per tutti gli Stati membri, più giustificata dal perseguimento forzato di un modello economico errato e palesemente responsabile della depressione deflattiva a cui siamo stati condannati? Dei 204 paesi che compongono il Pianeta Terra, solo 17 adottano questo modello economico!

LA VERIFICA DEI TRATTATI

La Presidenza italiana sulla base di queste più che valide argomentazioni dovrebbe, nell’ambito delle sue pur limitate attribuzioni, adottare il principio di una puntualissima verifica dell’applicazione dei Trattati e dei Regolamenti, procedendo a una minuziosa interpretazione di ogni provvedimento. Si riporta all’attenzione anche l’art.11 della nostra Carta Costituzionale, che impone la cessione di porzioni di Sovranità se non a pari condizioni, per verificare costantemente se ogni atto o provvedimento adottato sia compatibile al suo pieno rispetto. Di conseguenza il controverso art.81, modificato per soddisfare i dettami contenuti nel Trattato sulla Stabilità e in particolare sull’obbligo del rispetto del pareggio di bilancio, in caso di “moratoria” del Trattato stesso, non dovrà essere rispettato per la determinazione annuale del Bilancio dello Stato.

IL NODO DEL MES

Un altro delicato tema da inserire nell’ordine del giorno riguarda il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), c.d. Salva Stati, nato a garanzia dei Paesi membri in temporanea difficoltà di liquidità, ma che nella pratica vincola a precisi obblighi capestro a chi è costretto a doverne far uso. Un regolamento particolarmente penalizzante costringe alla rinuncia praticamente totale della Sovranità del paese richiedente, prevedendo a garanzia l’asservimento dei propri asset pubblici, assicurando inoltre l’impunità personale ai gestori della tutela. In questo modo non sono stati rispettati minimamente i principii di mutualità e di solidarietà, ma semplicemente si sono perseguiti regole contabili da curatore fallimentare con criteri medioevali di coercizione punitiva.

Gli stessi Stati non sono stimolati nel richiedere l’utilizzo perché sono ben consci degli obblighi troppo penalizzanti a cui si assoggetterebbero. Ulteriori riflessioni andrebbero riservate al Meccanismo Europeo di Stabilità in quanto il contributo degli Stati, compreso il nostro quota parte, è reperito per mezzo di emissioni di debito pubblico e la liquidità trasferita, in attesa di essere impiegata in operazioni di supporto, viene “parcheggiata” nell’acquisto di titoli del debito pubblico emesso dalla Germania, creando il paradosso che tutti i Paesi dell’Eurozona emettono debito proprio per finanziare, anche se temporaneamente, quello tedesco concorrendo inoltre ad alzare i propri tassi a favore dei loro! Si ricorda che il contributo totale apportato fino ad ora dal nostro Paese a sostegno dei programmi di aiuti, ammonta a più di 50 Mld di euro e sarebbe opportuno valutare, anche in questo caso, di procedere alla richiesta di “moratoria” nell’erogazione delle future rate annuali previste dal meccanismo del MES, risorse da destinare invece internamente per la crescita e lo sviluppo. Si ricorda che per non essere riusciti a reperire un ulteriore miliardo di euro, non si è riusciti a posticipare di tre mesi l’aumento di un punto percentuale delle aliquote IVA.

MENO POTERE AI GOVERNI NAZIONALI

Tutto questo è stato possibile perché si è sempre più delegata la gestione alla Commissione nella conduzione dell’Unione Europea e della moneta unica, bypassando i rispettivi Governi dei Paesi membri e dei Parlamenti nazionali e mettendo in discussione lo stesso principio di democrazia, avendo interrotto il contributo attivo dei cittadini nella determinazione delle scelte. Si è lasciato il consenso ai mercati invece dei cittadini per la legittimazione delle scelte di politica economica.I

CONTRACCOLPI DELLA CRISI

Il sistema bancario italiano ha subito i contraccolpi della crisi finanziaria internazionale e la contrazione nell’erogazione del credito a favore del sistema delle imprese e delle famiglie ha corrisposto un preoccupante aumento delle sofferenze. Ai noti problemi di capitalizzazione degli Istituti italiani, non ha corrisposto l’azioni di supporto della BCE, preoccupata più a garantire i creditori dei debiti sovrani dell’area euro che supportare con operazioni di finanziamento il sistema delle imprese e del credito delle famiglie in modo analogo. La massa monetaria dell’area euro in circolazione dall’inizio della crisi del 2008 è rimasta immutata rispetto all’attuale, mentre gli altri sistemi finanziari mondiali di riferimento l’hanno aumentato in modo esponenziale, sfatando i pericoli additati di aumento dell’inflazione. Gli stessi organismi europei come l’EBA (European Banking Authority) hanno incredibilmente e inspiegabilmente considerato i titoli del debito pubblico di alcuni paesi europei compreso il nostro, con un rischio superiore rispetto a quello espresso da titoli emessi da soggetti privati e rappresentativi di operazioni di finanza strutturata. Questo ha determinato il riposizionamento nelle capacità patrimoniali a supporto dell’erogazione del credito a discapito del nostro sistema e a favore di quello di alcuni altri Paesi.

SERVE UN PIANO B

Le tematiche di discussione sulle distorsioni provocate da questa conduzione valutaria errata ci impongono seriamente di valutare l’opportunità di predisporre urgentemente un serio e credibile Piano B per una uscita ordinata e concordata del nostro Paese dalla moneta euro. Questa valutazione si basa sulla considerazione che potrebbe determinarsi uno shock finanziario esterno di enormi dimensioni tali da provocare l’improvvisa implosione della stessa area valutaria comune in piena contraddizione sulle affermazioni sull’irreversibilità dell’euro. Il piano concordato con il concorso di tutte le Istituzioni disponibili del Paese, dovrà individuare anche nei dettagli la possibilità del ritorno alla Sovranità monetaria e dovrà essere predisposto alla stregua di un piano strategico per la sicurezza e salvaguardia nazionale. Si rammenta a riguardo che coesistono nell’area euro singolari Istituti ed entità finanziarie europee e mondiali, nei cui portafogli si annoverano operazioni di finanza strutturata, i c.d. derivati, per valori nominali nozionali pari a più di venti volte il PIL del paese di residenza. Non essendo disciplinato questo tipo di operazioni con regole trasparenti e non avendo ancora definito una netta distinzione negli ordinamenti fra banche con finalità prettamente commerciali, cioè intermediarie del credito, e banche prettamente con finalità speculative, il rischio di contagio devastante è altamente probabile. Dovrebbero essere riconsiderati gli elementi ispiratori contenuti nella vecchia legge bancaria americana del 1933, conosciuta meglio con il nome dei suoi due ideatori Glass-Steagall, che prevedeva alla netta distinzione fra le citate attribuzioni. Quindi nella massima discrezione e segretezza mi auspico che il nostro Paese si doti di un Piano per una uscita ordinata dall’euro per evitare che i disagi, a cui in ogni caso sarebbero esposti sia la cittadinanza che il sistema imprenditoriale e finanziario, siano limitati rispetto all’alternativa di un precipitoso e disordinato. Gli artt.139 e 140 del Trattato sul Funzionamento di Lisbona contemplano la convivenza fra Paesi senza deroga con Paesi in deroga all’interno dell’Unione Europea e pertanto è giuridicamente possibile il mutamento del proprio status.

Testo scritto dal Professor Antonio Maria Rinaldi

pubblicato da formiche.net


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