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Max Parisi

''USCIRE DALL'EURO E TORNARE ALLE VALUTE NAZIONALI'' - PERCHE' E COME FARLO: LO SPIEGA IL NOTO ECONOMISTA A.M.RINALDI

martedì 3 dicembre 2013

Pubblichiamo la relazione che l'economista Antonio Maria Rinaldi ha tenuto al Parlamento europeo.

"Sono un europeista convinto, ma non mi riconosco in questo modello di Europa! Credo fermamente che gli obiettivi di pace, crescita, progresso, equità, benessere e democrazia possano essere perseguiti in modo molto più proficuo percorrendo strade diverse dall’attuale, le quali invece prevedono di porre al centro dei propri obiettivi non tanto gli interessi dei cittadini, bensì quelli di minoranze che ostacolano l’esercizio dei più elementari principii di democrazia. Principii che sono stati bypassati nel processo evolutivo della costruzione comune, estraniando progressivamente il contributo della gran parte dei cittadini europei dal processo decisionale. Vi è stata sempre più una delega dei Governi, non prevista e soprattutto non voluta, che ha consegnato ai burocrati europei meccanismi giuridici ed economici che assoggettano e affidano a essi l’intera gestione dell’Unione. Sempre più si è creato un insieme di istituzioni bio-giuridiche, che agiscono e si muovono in modo robotizzato senza nessuna certificazione da parte del suffragio universale, non consentendo più alle varie politiche nazionali di poter intervenire a correzione e a proprio supporto come fu previsto nello spirito di Maastricht, in nome di un vincolo esterno che dovrebbe operare a tutela dei membri.

L’ESTROMISSIONE DEI CITTADINI

I Padri Fondatori non volevano estromettere i propri cittadini dalla condivisione della gestione della casa comune, ma garantire loro finalmente pace, prosperità e benessere con l’attivo contributo di ogni risorsa democratica disponibile. Tutto questo non è avvenuto e il solo organo eletto democraticamente dal popolo è il Parlamento, ma non ha poteri che possano competere con quelli della Commissione, che non è eletta direttamente dalla volontà popolare, e degli organi tecnici creati e proliferati ad hoc al quale partecipano Premier, Ministri e loro sostituti che prendono decisioni senza interpellare i Parlamenti nazionali.Non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo permettere, restando inattivi, che questi poteri europei si impossessino definitivamente di ogni spazio decisionale e influenzino e determinino i nostri destini, solo perché la classe politica dei paesi membri si è rivelata essere troppo accondiscendente, al limite del collaborazionismo, mentre quella contraria non ha ancora la piena forza d’imporsi. Ma i cittadini hanno capito ormai che questa mutazione si è sempre più rafforzata non al fine di tutela generale, nessun escluso e super partes, ma solo a garanzia di specifici interessi e a discapito dell’intera comunità. Non posso fare a meno di ricordare, in questa sede, il vergognoso e inaccettabile comportamento riservato alla Grecia e ai suoi cittadini perché è stato leso un principio irrinunciabile: se si accetta un Paese nell’Unione, è dovere tutelarlo fino in fondo, costi quel che costi, con tutta la solidarietà e mutualità possibile, senza mortificarlo e avvilirlo fino alla suo depauperamento, magari al solo fine di salvaguardare interessi finanziari internazionali di parte.

LE DIVISIONI SULL’EURO

Proprio per questi motivi il sentimento verso l’Europa, maturato da sempre più cittadini, è ormai compromesso, perché quello che doveva essere l’elemento di maggiore coesione, l’euro, si è rivelato essere la sua maggior causa di divisione e di contrasto. La moneta unica è stata una scelta politica in un preciso contesto storico a cui si è voluta affidare invece a tecnicismi di convergenza sempre più automatici il suo mantenimento e sopravvivenza, in accordo con la BCE, estraniando gli stessi poteri politici nazionali dalla gestione che avrebbero potuto correggere le immancabili verifiche del tempo, con la conseguenza di aver esposto le popolazioni a sempre maggiori disagi.E’ emerso sempre più chiaramente che il disegno di dotare di una stessa moneta uno stesso mercato, secondo l’assioma “one market, one money”, si è rivelato essere invece solamente un accordo valutario di cambi fissi, dove nulla è stato fatto per supportare realmente questa scelta. L’euro doveva essere lo stimolo iniziale per il complemento finale di una effettiva integrazione politica e non il mezzo per poterla raggiungere. Alla prova dei fatti si è plasmato una sorta di OGM (Organismo Geneticamente Modificato), concepito in qualche laboratorio ubicato a Francoforte, ideale solo per fungere da volano alle operazioni finanziarie e non certo per svolgere la funzione di supporto all’economia reale delle imprese e delle famiglie. Nulla è stato fatto affinché si mutuassero le diverse esigenze determinate dalle differenze delle economie e strutture nazionali e dopo 22 anni di Maastricht, Bruxelles non è riuscita neanche ad uniformare aliquote IVA uguali per stessi beni merceologici e servizi; come possiamo credere che ci sia una vera volontà di rapide unioni se neanche il gradino più basso, necessario per la libera circolazione dei beni e servizi, non è stato mai costruito? Nella pratica non esiste nell’ambito dei Paesi membri un effettivo mercato comune e non perché non si è realizzata la prima conditio nell’ottimizzare i due principali fattori produttivi indispensabili capitale e lavoro, ma perché le regole a supporto della moneta unica sono state esclusivamente utilizzate come mezzo coercitivo per estraniare sempre più i paesi dalle loro residue Sovranità. A chi fanno riferimento e a chi rispondono coloro i quali hanno avocato a se questi poteri?

IL VALORE DISATTESO DEI TRATTATI

Sono stati previsti sempre più “piloti automatici” che si sono surrogati alla mediazione politica, interrompendo il contributo essenziale dei cittadini nei processi decisionali, come ad esempio nel caso del Patto di Stabilità e Crescita, il c.d. Fiscal Compact, approvato sebbene in palese contrasto con i precedenti Trattati. Infatti come recita lo stesso Trattato sulla Stabilità all’art.2, “Le parti contraenti applicano e interpretano il presente Trattato conformemente ai Trattati su cui si fonda l’Unione Europea”, il cui concetto è ribadito nel comma successivo: “Il presente Trattato si applica nella misura in cui è compatibile con i Trattati su si fonda l’Unione europea e con il diritto dell’Unione europea”. Pertanto il seguente art.3, n.1, lett.a) che prevede che “la posizione di bilancio della Pubblica Amministrazione di una parte contraente è in pareggio o in avanzo” è da ritenersi non conforme e non legittimo, in quanto il Trattato della UE firmato a Maastricht (TUE) all’art.104 c) prot.5, ribadito anche nel Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea di Lisbona (TFUE) all’art.126 (ex 104), fissano invece al 3% il limite dell’indebitamento annuale.E’ stato pertanto violato il Trattato istitutivo della UE unitamente al TFUE che ne ribadisce al citato art.126 i limiti dell’indebitamento. E’ possibile che nessun giurista a disposizione di Bruxelles si sia accorto prima delle interpretazioni rigorosamente giuridiche del nostro prof. Giuseppe Guarino che ha denunciato questo palese contrasto? Si è imposto d’inserire nei dettami Costituzionali dei paesi dell’Unione il vincolo del pareggio di bilancio, per mezzo di un Trattato illegittimo e fortemente stridente con altri articoli e fondamenti delle varie Carte Costituzionali nazionali.

L’ARBITRIO SUL PIL

Anche l’applicazione ferrea del limite del 3% del rapporto fra deficit e PIL, pena sanzioni, è un arbitrio non supportato dai Trattati. Sempre nell’art.104 del TUE, ora art.126 del TFUE, stabilisce che il 3% può legittimamente essere superato se discende da fatto eccezionale e momentaneo, quindi non imputabile allo Stato, ma dovuto ad un obbligo al quale lo Stato non poteva sottrarsi. Quale circostanza eccezionale, valida per tutti gli Stati membri, più giustificata dal perseguimento forzato di un modello economico errato e palesemente responsabile della depressione deflattiva a cui siamo stati condannati? Dei 204 paesi che compongono il Pianeta Terra, solo 17 adottano questo modello economico!!Non a caso l’accentuazione della recessione è stata resa possibile proprio perché si è voluto affidare il mantenimento della costruzione dell’area valutaria comune, all’utilizzo di un modello economico che non ha riscontri nella stessa letteratura economica. Esso prevede essenzialmente il rigore dei conti per mezzo del raggiungimento del pareggio di bilancio e la riduzione pianificata e sistematica dell’eccedenza dello stock del debito pubblico, rispetto al parametro del 60%, come presupposto per la crescita. Questo modello, applicato in periodo di conclamata recessione, ha immancabilmente prodotto deflazione, ulteriormente degenerata, in quanto gli Stati membri non sono potuti intervenire autonomamente con specifici piani di politica economica tarati secondo le proprie esigenze, costretti solamente ad inseguire e rispettare parametri aleatori e regole automatiche senza supporti scientifici e validità giuridica. Vale la pena ricordare come la cosiddetta Troika, responsabile di questa conduzione economica, si sia basata anche sul noto studio “Growth in a time of debt” di Reinhard e Rogoff sui livelli d’insostenibilità dei debiti pubblici, rivelatosi inattendibile a posteriori per banali errori nel foglio di calcolo Excel, individuati grazie a uno studente ventunenne in economia. Per non parlare dei grossolani errori compiuti dal FMI, poi pubblicamente ammessi, nella determinazione del c.d. moltiplicatore fiscale per inesattezze nei calcoli delle formule econometriche. Anche in questo caso i Governi nazionali, ormai esautorati da qualsiasi potere decisionale nella propria politica economica adottata, non sono potuti intervenire neanche di fronte all’evidenza.

IL RUOLO DELLA BCE

La stessa Banca Centrale Europea, concepita più come garante e guardiana della stabilità dei prezzi, cioè dell’inflazione, che per mansioni proprie di una vera Banca Centrale tesa a fornire risorse per la crescita, ha di fatto relegato i cittadini, con le tasse, e il sistema delle imprese al ruolo di esclusivi prestatori di ultima istanza. Gran parte dei Paesi eurodotati non traggono beneficio da una inflazione tendenziale allo 0,7% se poi, per poterla perseguire, pagano il caro prezzo di un tasso di disoccupazione a livelli da economia di guerra! Ma il vero effetto negativo di questa dissennata gestione economica, forgiata prendendo come riferimento un modello non compatibile con la gran parte delle economie nazionali, è l’aver gettato i Paesi europei in conclamata deflazione, esponendoli ai noti pericoli conosciuti tristemente nel passato, generati dall’ossessivo perseguimento del contenimento dell’inflazione.Perché si è proceduto solamente con operazioni del tipo “Long Term Refinancing Operation” (LTRO) soccorrendo di fatto i creditori dei debiti sovrani e non si sono fatte analoghe operazioni anche a supporto dell’economia reale? Si è preferito lasciare il consenso ai mercati, e non ai cittadini, per la legittimazione delle scelte economiche. Questa non si chiama democrazia, ma dittatura economica! Chi ha concepito e protegge questa costruzione monetaria che prevede di far pagare esclusivamente ai cittadini e alle imprese gli errori compiuti da un mondo finanziario che ha senza regole costruito una torre di Babele di denaro, il più delle volte virtuale, facendo poi ricadere gli effetti negativi su quello reale? L’iniziale consenso dei cittadini europei di abbandonare le proprie monete per condividerne una comune, si basava su convinzioni, assicurazioni e aspettative ben diverse rispetto a quelle attuali.

IL MECCANISMO EUROPEO DI STABILITÀ

Anche il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), nato a garanzia dei Paesi membri in temporanea difficoltà di liquidità, è stato voluto per vincolare a precisi obblighi capestro a chi è costretto a doverne far uso. Un regolamento particolarmente penalizzante costringe alla rinuncia praticamente totale della Sovranità del paese richiedente con la garanzia dell’asservimento dei propri asset pubblici, assicurando inoltre l’impunità personale ai gestori della tutela. Non sono stati rispettati minimamente i principii di mutualità e di solidarietà, ma semplicemente si sono perseguiti regole contabili da curatore fallimentare con criteri medioevali di coercizione punitiva.Ma ci siamo mai chiesti perché questo sia potuto avvenire? A Maastricht è stata concepita una convergenza verso una moneta diversa da quella che poi è stata realizzata. Questa evoluzione è avvenuta successivamente in modo subdolo, senza che ci sia stata la consapevolezza, il consenso e l’approvazione né dei cittadini né dei Parlamenti nazionali. Sono stati attivati quei famosi meccanismi automatici, voluti da una oligarchia autoreferenziale che man mano conquistava il potere nei palazzi di Bruxelles, riuscendo a sottrarre alla gestione delle politiche dei Paesi membri, e pertanto al consenso democratico della Sovranità dei popoli, qualsiasi spazio di autonomia nella determinazione delle politiche economiche per il raggiungimento degli obiettivi di crescita.

RAPPORTO TRA EURO E REALTÀ ECONOMICA

In questo modo l’1.1.1999 ha visto la luce una moneta disciplinata dal Regolamento 1466/97 approvato il 7.7.1997, ma opposta rispetto a quella contemplata dal TUE, un vero e proprio colpo di mano compiuto sotto gli occhi di centinaia di milioni di cittadini europei ignari e in buona fede e nell’indifferenza più o meno inconsapevole dei rispettivi Governi. La mutazione, tra quanto previsto dal TUE e dal Regolamento 1466/97 si identifica in quanto il TUE fissa un obiettivo, uno sviluppo conforme al disposto dell’art. 2, il cui conseguimento delle politiche economiche è affidato ad ognuno degli Stati membri, i quali avrebbero tenuto conto della specificità delle reali condizioni dell’economia del proprio Paese. Le rispettive politiche economiche avrebbero potuto utilizzare all’occorrenza, quale strumento per realizzare l’obiettivo, l’indebitamento nei limiti consentiti dall’art. 104 c), da interpretare ed applicare in conformità ai criteri fissati nei commi 2 e 3 del punto 2 dell’art. 104 c).Il Regolamento in oggetto abroga invece tutto questo, cancellando le politiche economiche degli Stati e di conseguenza qualsiasi loro apporto. Il ruolo assegnato dal TUE [art. 102 A, 103 e 104 c)] all’obiettivo dello sviluppo in merito all’attività politica che gli Stati avrebbero conseguito in conformità a quanto prescritto negli artt. 2 e successivi del Trattato, è pertanto completamente cancellato. Gli Stati, secondo il TUE, avrebbero conseguito l’obiettivo, valutando nella propria autonomia i limiti, le condizioni e le strutture del proprio Paese. Il grado di conseguimento sarebbe stato necessariamente diverso da Paese a Paese e per ciascun anno, capovolgendo, dunque, il rapporto tra l’euro e la realtà economica. Secondo il TUE, se vi è contrasto, è la gestione dell’euro a doversi adeguare alla realtà economica, mentre secondo da quanto previsto dal Regolamento in oggetto, invece è la realtà economica a doversi adeguare all’euro. In questo modo il Regolamento 1466/97 ha pertanto cancellato i poteri ed i mezzi con cui gli Stati avrebbero potuto e dovuto avvalersi per produrre sviluppo.

LO STRAVOLGIMENTO DELLA MONETA UNICA

Esiste pertanto una conflittualità evidente fra quanto approvato dai rispettivi Parlamenti dei Paesi membri che hanno ratificato, dopo dibattiti parlamentari condivisi, e quanto invece previsto dal Regolamento 1466/97. Conflittualità così forte e evidente da stravolgere completamente l’iniziale natura stessa della moneta unica. Da una parte l’originario Trattato Istitutivo della UE, agli articoli ricordati, che lasciava autonomia nelle scelte di politica economica, dall’altra successivamente il Regolamento avocava questa prerogativa a se, consegnando nelle mani e volontà della Commissione e degli organi tecnici ogni potere decisionale.Cosa fare ora per porre rimedio a questo macroscopico e stridente cambiamento che non era né nelle intenzioni né tantomeno nelle volontà dei Paesi firmatari, il più delle volte in contrasto con articoli delle varie Costituzioni che prevedono, a tutt’ora, specifici limiti alla cessione delle rispettive Sovranità nazionali? Enormi danni ormai sono stati compiuti e ulteriori se ne produrranno nei confronti delle economie della maggioranza dei Paesi membri e pensare di porre rimedio con laboriose e lente rivisitazioni dei Trattati e/o abrogazioni di Regolamenti, appare impresa impossibile per modificare e sanare rapidamente in positivo l’attuale situazione.

QUALE SOLUZIONE?

L’unica via realmente perseguibile rimane pertanto quella di lasciare ai rispettivi Paesi la facoltà di poter mutare il proprio status di Paese “senza deroga” a Paese “con deroga”, secondo la definizione prevista dagli artt. 139 e 140 del TFUE e di poter tornare a conseguire in questo modo gli obiettivi di crescita, utilizzando autonomi strumenti di politica economica e monetaria con il pieno supporto delle proprie valute sganciate dagli attuali vincoli automatici dimostratisi privi, non solo di validità economica e giuridica, ma anche colpevoli di aver interrotto il collegamento democratico essenziale e irrinunciabile nei processi decisionali fra cittadini e Istituzioni. Il tutto non esente dal massimo coordinamento fra Governi nazionali per massimizzare la segmentazione controllata dell’area euro e facendo salvi gli interessi comuni.Non confondiamo l’Unione Europea con l’Unione monetaria: per salvare l’Europa dobbiamo liberarci al più presto di questo euro, perché non vorremmo mai camminare sulle macerie di ciò che con immane fatica hanno costruito i nostri padri, ma garantire prosperità alle nostre generazioni future seguendo la strada della democrazia. Ma forse chiedo troppo, perché la parola democrazia è stata ignorata nei Trattati o nei Regolamenti di questa Europa che si sta allontanando sempre più dalla realtà dei suoi cittadini!

Viva l’Europa, ma si abbia il massimo rispetto delle rispettive Sovranità nazionali, perché il contributo autonomo di ciascun Paese membro è oggi superiore alla somma degli stessi per il raggiungimento degli obiettivi originari.

Autore: Prof. Antonio Maria Rinaldi - docente di corporate finance Università Gabriele d'Annunzio di Pescara, già responsabile del servizio borsa della sede milanese della Consob.


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