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Max Parisi

INCHIESTA / LA VERITA' SULL'UCRAINA: COSA STA ACCADENDO, CHI AGISCE E PERCHE' (LA STORIA DI KIEV, CULLA DELLA RUSSIA)

martedì 3 dicembre 2013

In seguito ai mancati accordi con l’UE al vertice di Vilnius, l’Ucraina e Kiev sono tornate al centro della scena internazionale con nuove grosse manifestazioni di piazza, dopo i tumulti e le tensioni seguite alle elezioni presidenziali del 2004. Ma cosa si cela dietro queste manifestazioni, raduni e tumulti di massa? Sotto la coltre di menzogna che traspare dell’informazione “ufficiale”, si agitano in queste ore in Ucraina forze sinistre e potenti che, come i fantasmi peggiori dei nostri incubi, talora emergono appena percettibili e poi subitamente scompaiono nel buio senza lasciare traccia. Per quanto arduo, si può provare a delinearne alcune scie, partendo dal loro punto iniziale.

L’Ucraina è stata per lungo tempo la culla della nazione russa (per intenderci, quello che il Kosovo è per la Serbia): la Rus’ trae le proprie radici storiche, culturali e spirituali dall’antica Rus’ Kijevskaja. L’Ucraina è stata inoltre inglobata per più di 300 anni nell’impero zarista e per un’ottantina in quello sovietico. Per renderci conto di quanto siano permeate e intricate le due identità, quella russa e quella ucraina, basta pensare alla letteratura: Gogol e Bulgakov (per citare i più noti scrittori ucraini) hanno descritto così meravigliosamente il loro Paese, vera frontiera tra l’Europa e l’infinita Asia delle steppe, eppure la loro fama è legata indissolubilmente alla letteratura russa; questo perché essi pensavano, parlavano e scrivevano in russo! Allo stesso modo, ma in senso opposto, la letteratura russa è piena di riferimenti a vocaboli e topos prettamente ucraini. Inoltre è giusto ricordare che la maggioranza degli uomini ai vertici della nomenklatura sovietica fu composta di ucraini: Khrushjov, Breznev, Cernenko, Andropov e lo stesso Gorbacjov. 

È però vero che dal ‘700 si è sviluppato nel Paese un crescente sentimento di appartenenza all’identità nazionale ucraina (il culmine di questo processo ha coinciso proprio con l’indipendenza del Paese dopo la fine dell’URSS) e, con esso, la voglia di smarcarsi dal potente e ingombrante vicino (questo sentimento nazionalista anti-russo, si badi bene, è limitato però nelle zone occidentali del Paese e alla città di Kiev, capitale culturale del nuovo stato). 

Questo è lo scenario nel quale i fantasmi di Kiev si stanno muovendo torbidamente da diverso tempo en el quale ora sono tornati ad agitarsi in modo assai frenetico. Certamente alla base di questa “lotta sotterranea” vi sono interessi materiali ed economici che poi vedremo, ma la reazione da essa provocata sarebbe assai più velleitaria senza un retroterra storico e culturale che ne amplifichi gli effetti: un concime per le piante carnivore!   

Fin dalla caduta dell’Urss il potere rimase nelle mani della grigia ma potente nomenclatura che aveva fin lì retto lo stato. Dopo una prima fase di entusiastico fervore e di proclami libertari, i reali protagonisti della lotta contro il comunismo furono messi da parte e consegnati ai libri di storia. Il presidente in carica, Leonid Kuchma, era un politico poco appariscente ma assai scaltro e opportunista; gestì lo stato in modo clientelare, ma fu altresì abile a destreggiarsi tra i voraci piranha occidentali e il gigantesco orso russo ferito, ma ancor pericoloso. Quando cadde il suo ultimo mandato e venne il momento dell’inevitabile successione, accadde qualcosa che non s’era mai verificato nella storia del paese. A pochi mesi dalla “rivoluzione delle rose” in Georgia, che sancì l’ascesa al potere di Mikheil Sahakasvili a spese di Eduard Shevarnadze (guarda caso un’altra vecchia volpe dell’entourage sovietico), si presentò sulla scena politica ucraina uno sconosciuto Victor Yushenko (che doveva la sua ascesa al mondo delle banche e da lì proveniva) che, con una campagna politica massiccia e con parole nuove che parevano uscite dalle presidenziali americane, mise in pericolo la quasi scontata elezione del delfino designato Victor Yanukovic.

La contesa elettorale passò alle cronache occidentali con il titolo un po’ bizzarro di “la guerra dei due Victor” o, più enfaticamente, di “rivoluzione arancione”. Non sapremo mai (credo) se l’intossicazione da diossina di cui fu vittima Yushenko fosse opera dell’FSB (i servizi segreti russi) o un semplice incidente che fu “adoperato” astutamente come mossa politica. Di certo si può però asserire che il famigerato “laboratorio dei veleni” di Mosca, esistente fin dai tempi dell’URSS, è una macchina così collaudata che non lascia scampo alcuno alla vittima predestinata, come testimonia peraltro la lunga scia di omicidi politici avvenuti nel periodo di operatività del “laboratorio” (da Lenin a Putin), portati a termine con l’uso di veleni e agenti chimici o batteriologici. Ad ogni modo, Yushchenko vinse quelle strane consultazioni elettorali (furono prima invalidate e poi fatte ripetere dalla magistratura) e, finalmente, fu decretato vincitore il 26 dicembre con il 51.99 % dei voti. Quale Primo Ministro fu incaricata l’eroina dalla bionda treccia “all’ucraina” - di etnia tatara e dai capelli pigmentati - Yulija Tymoshenko. 

I due Victor rappresentavano due interessi diversi o, per meglio dire, due diversi destini del paese, Se Yanukovich incarnava la continuità col passato e la vicinanza agli interessi di Mosca cosa rappresentava l’altro Victor? Ce lo rivela il rapporto (reso oggi accessibile a seguito dalle rivelazioni di Julian Assange ed archiviato col codice RL32845) intitolato “Rivoluzione Arancione in Ucraina e la politica degli Stati Uniti”. In estrema sintesi, nel rapporto firmato da Steven Woehrel (delegato per gli affari europei) e inviato al Congresso Americano nel luglio 2005, si ricorda che Victor Yanukovic ha promesso riforme liberiste, legami più stretti con Unione europea, NATO, e USA; di sostituire gli interessi dell’occidente a quelli russi, già esistenti, attraverso le privatizzazioni dei grandi complessi industriali del distretto carbonifero Donbass, come le grandi acciaierie Kryvrizhstal (quando l’URSS cadde, è bene ricordarlo, non lasciò dietro di sé un deserto, semmai un orto mal governato e non sfruttato nelle sue potenzialità). 

Man mano si scorre il documento scopriamo che gli impegni del neo eletto Yushenko si fanno più pesanti: l’Ucraina deve, come primo passo, avviarsi sulla strada di un'economia di mercato che porti a una zona di libero scambio con l'UE e nel WTO e a colloqui sull'adesione all'Unione Europea e deve, infine, deve aderire alla NATO. Insomma: libero mercato, privatizzazioni, riforme istituzionali ed economiche. che per il paese avrebbero significato “strada aperta al FMI” e ai suoi prestiti, e cedimento della sovranità nazionale a favore di organismi autoreferenziali. Non vi ricorda qualcosa tutto questo? 

Ma, come riportato nel rapporto, al raggiungimento degli obiettivi vi sono frapposti una serie di ostacoli di natura economica, militare e demografico: la Russia rappresentava (e tuttora lo è) il più grande mercato per l’export ucraino, tale da non poteva esser così facilmente sostituita; l’Ucraina era (ed è) totalmente dipendente da Mosca per il rifornimento energetico, gas e petrolio ed, inoltre, vi transita tutto il gas russo per l’Europa; in Crimea (lembo di terra russa donata da Khrushev all’Ucraina) era (ed è) stanziata la più importante flotta navale russa sul Mar Nero; e infine, nelle zone orientali e meridionali del Paese (più ricche di materie prime, più fertili e più industrializzate) il sentimento della popolazione era (ed ora lo è forse di più) filo-russo e ostile alle ingerenze occidentali. 

Ora, non credo sia più così difficile spiegare la natura delle frequenti interruzioni di gas russo in Europa qualche inverno fa. E nemmeno capire che, se non vi fossero stati questi fattori, ora l’Ucraina, al pari di Romania Polonia e repubbliche baltiche, sarebbe un membro a tutti gli effetti della UE. La Russia era ancora in una fase di convalescenza politica. 

Perché l’Ucraina è divenuta così importante da scatenare una specie di “guerra tiepida” tra “occidente” e Russia? Qualche anno fa (1997) usci un libro di Zbigniew Brzezinski intitolato “La grande scacchiera”; quello che l’ex consigliere alla Casa Bianca e fondatore della Commissione Trilaterale vi descrive è un vero e proprio piano strategico, sia pure abbozzato, di dominio su scala mondiale. Nel libro è spiegato puntigliosamente come il cardine del potere globale stia nel controllo complessivo dell’Eurasia e che la “chiave per controllare l’Eurasia è il controllo delle repubbliche dell’Asia Centrale“. Bisognava, in altre parole, colmare il gran vuoto di potere che si era venuto a verificare dal fallimento sovietico in Asia Centrale, teatro della partita per la conquista del mondo, ma anche nelle aree che circoscrivono la Russia. Ciò significava, e significa ancora, controllare anche militarmente le cerniere strategiche che, secondo l’analista, sono l’Ucraina, l’Azerbaijan e l’Uzbekistan. Tutto ciò nel libro è scritto a chiare lettere: ”Tra il 2005 e il 2010, l'Ucraina dovrà essere pronta per un serio confronto con la NATO. Dopo il 2010, il principale nucleo della sicurezza in Europa consisterà in Francia, Germania, Polonia e Ucraina”. Faccio notare, di sfuggita, che V. Yushenko fu presidente dell’Ucraina dal 2005 al 2010! 

Se Brzezinski ha fornito la strategia, le Organizzazioni internazionali che fanno capo al Nuovo Ordine finanziario e politico offrono i mezzi e le opportunità operative. È a questo punto che entra in scena il miliardario filantropo George Soros che, in modo nemmeno del tutto nascosto, finanzia da anni tutti i gruppi non governativi di opposizione sociale e politica (i motivi e le ideologie qui non hanno nessuna importanza) con l’unico fine di scardinare, attraverso manifestazione pseudo-pacifiche strutturate e organizzate in modo scrupoloso sul piano della image-promotion, gli ordinamenti istituzionali e politici dei paesi “non allineati” nelle aree strategiche. È attraverso i suoi cospicui fondi che si sono rese possibili tutte le cosiddette “rivoluzioni colorate” della prima decade del 2000: la “rivoluzione delle rose” (Georgia 2003), le rivoluzione arancione (Ucraina, 2004-2005), quella “dei tulipani” (Kirghizistan 2005), quella “verde” in Iran e altre ancora fino a quelle della cosiddetta “primavera araba”. Tutte fanno parte di un’unica strategia di egemonia planetaria per la quale i Paesi, i popoli e gli stati sovrani sono solo pedine da controllare o distruggere. 

I fantasmi a volte ritornano, o meglio, non se ne sono mai andati, e il vertice di Vilnius è stato per loro il segnale di tornare alla carica in Ucraina. Quale sarà l’alto rischio per il Paese non è difficile da prevedere: comunque vada la perdita della sovranità.   

Autore: Corrado Facchinetti


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